Pasquale Francavilla è morto qualche giorno fa nel carcere di Cosenza. Era malato. Aveva diversi trombi nel sangue. Doveva essere operato con urgenza e per questo era in ospedale. Poteva salvarsi. Ma il tempo era scaduto e così la magistratura ha deciso che tornasse in cella. In agonia. È morto. Non c’era scampo d’altronde, lui lo sapeva: in cella era sicura la morte.

Michele Carosiello era morto pochi giorni prima nel carcere di Catanzaro. Lui era di Cerignola, pugliese, aveva 40 e due ragazzine. Le ragazzine restano senza papà. Lui è morto in ospedale. Lo hanno portato via dal carcere dopo dieci giorni di febbre a 40 per una infezione. Setticemia. È arrivato tardi. È rimasto vivo in corsia per poche ore. Poi se n’è andato. Se lo avessero trasferito anche solo un giorno o due prima, probabilmente, si sarebbe salvato. Amra per fortuna è ancora viva. Lei è poco più che una ragazza: 23 anni, fibra forte. L’hanno beccata per un piccolo furto e l’hanno sbattuta in prigione. A Rebibbia, nella capitale d’Italia. Era incinta da diversi mesi quando hanno deciso di metterla in prigione perché aveva rubato. La sicurezza prima di tutto. Già, giusto: la sicurezza, la sicurezza. E poi, si sa: chi sbaglia deve pagare. Con o senza processo.

Amra ad agosto era arrivata al nono mese. Poi una sera sono iniziati i dolori, cioè le doglie. Il bambino doveva nascere e lei era in cella. Con una compagna di prigione e basta, anche lei, la compagna, reproba, anche lei accusata di furto. E anche lei incinta. Negli anni cinquanta in Italia una donna incinta non andava in carcere. C’è un film famoso, mi pare con Sophia Loren, che racconta una storia del genere. Di una giovane donna che faceva i figli e non andava mai in prigione. Poi la civiltà si è sviluppata, sono arrivati i magistrati di ferro, i 5 Stelle, un po’ di allievi di Salvini. È cambiata tutta la scala di valori. Modernità re rigore: pena certa, pena certa. Anche senza processo. Basta buonismi, perdonismi, indulgentismi e cose così. Per fortuna che in cella con Amra c’era un’altra ragazza incinta. Perché in carcere non c’era il medico, non c’era l’infermiere. Amra è rimasta in cella a gridare, a controllare gli spasmi, a respirare ritmicamente, come un po’ alla bell’e meglio le consigliava la compagna di prigionia. Poi c’è stato lo strillo, è nato il bambino. Sta bene. La branda si è un po’ insanguinata, ma sono cose che succedono, si cambieranno le lenzuola, poco male.

Partorire in cella senza assistenza è un po’ pericoloso, si, certo, ma in fondo non pericolosissimo. E poi, diciamo la verità: se non avesse commesso quel furto (anche se non sappiamo con certezza che davvero l’abbia commesso, però forse sì, forse l’ha commesso, o comunque ha ingenerato colpevolmente nelle guardie e nei Pm la sensazione di averlo commesso…) avrebbe potuto tranquillamente partorire in ospedale, perché in Italia c’è l’assistenza sanitaria per tutti. Per tutti, sì: persino per i rom. Fino ad oggi ancora nessuna forza politica ha proposto di levare l’assistenza gratuita almeno ai rom. O forse è meglio scrivere zingari, per farsi capire da tutti. È insopportabile il politically correct, usato per coprire le responsabilità di chi delinque, ruba, scippa. Zingari. Già, Amra tra le sue colpe aveva anche questa: essere una zingara. Bisogna essere ben ipocriti – come è stato il papa proprio l’altro giorno, in Slovacchia – per sostenere che i rom, gli zingari, non abbiano una tendenza naturale a delinquere e ad inquinare la società dei bianchi. Probabilmente, oltretutto, rapiscono i bambini, e non vuol dire niente che finora, negli ultimi due secoli, non sia stato accertato neanche un furto di bambini da parte dei rom. Loro sono furbi.

Insomma, mi sono limitato a fare un breve riassunto degli ultimi tre numero del Riformista. Non so se la ministra Cartabia legga o no il Riformista, spero di sì. È un bel giornale. Se lo legge avrà notato che molte volte l’abbiamo criticata duramente, molte volte l’abbiamo difesa con furia, altre ancora abbiamo storto il naso. Stavolta ci limitiamo a segnalarle questi tre casi, senza allargare il discorso ai mali strutturali delle carceri. Ieri, sul nostro giornale, uno studioso molto prestigioso come il professor Giovanni Fiandaca ha proposto la nomina di un viceministro, a via Arenula, col compito specifico di occuparsi di carceri. Perché? Perché le carceri sono una grande urgenza civile, e stanno andando alla malora. Non tanto le carceri, ma i detenuti. E i detenuti – pensa Fiandaca – sono esseri umani. Anche su questo, proprio il Papa, proprio l’altro giorno, sempre dalla Slovacchia, ha speso delle parole piuttosto belle. Però, lo abbiamo già detto , e poi si sa: il papa è il principe degli ipocriti e dei buonisti. Se andassimo dietro a tutte le sue ubbie voglio proprio vedere dove andrebbe a finire questo paese. In mano ai negri e agli spacciatori finirebbe…

Torniamo alla Cartabia, per fare una semplice osservazione. Questa. Due morti in pochi giorni. Lo scandalo inverecondo di una ragazza lasciata sola in cella a partorire. Sarà colpa di nessuno? È successo tutto per caso?
I prigionieri sono persone che lo Stato mette sotto custodia. Custodia: capite il senso di questa parola? E li custodisce in questo modo? Lasciandoli morire, lasciandoli partorire senza assistenza? Sembra un romanzo dell’ottocento, invece è cronaca di questi giorni, di queste ore. Le carceri italiane sono controllate da uno speciale dipartimento che si chiama Dap. Il Dap ha un capo e un vicecapo. Tutti e due, curiosamente, sono magistrati, anche se non si sa bene cosa c’entri un magistrato (che ha il compito di indagare o di giudicare) con l’amministrazione delle carceri. Semplicemente succede che ormai anche nel senso comune i magistrati possono entrare un po’ dove vogliono, perché il potere, in ogni caso, è cosa loro. E se metti in discussione questo principio, subito gridano: vuoi togliere l’indipendenza alla magistratura!

Benissimo: ma il ministro può o no chiamare i responsabili del Dap a rispondere di fatti così gravi? Ci sono due morti, c’è un bambino nato in cella. A voi sembra normale amministrazione? Pensate che il capo della Lega ha chiesto le dimissioni della ministra dell’Interno perché la considera responsabile del fatto che su un autobus, a Rimini, un ragazzo ha sbroccato e ha iniziato a tirare coltellate. Chiede Salvini: dov’era la ministra? Facendo capire che una ministra dell’Interno che si rispetti deve ben controllare gli autobus di Rimini. Beh, se vogliamo mantenere le proporzioni, diciamocelo: è il caso che i vertici del Dap siamo chiamati a rispondere per i fatti che stiamo denunciando?

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.