L’ipotesi di utilizzare anche nelle scuole i test rapidi per il Coronavirus, ovvero quei test che non richiedono il passaggio in laboratorio rilevando la presenza del virus attraverso le proteine virali, apre un fronte di scontro tra governo e Cts, il Comitato tecnico scientifico.

Il piano è fortemente sponsorizzato dai due ministri più al centro dell’attenzione in questi mesi, quello della Salute Roberto Speranza e dell’Istruzione Lucia Azzolina. Un modo, è l’intenzione dell’esecutivo, per svolgere più velocemente lo screening di docenti, personale scolastico e studenti.

L’idea è quella di utilizzare i test rapidi nel caso un professore o un alunno risulti positivo, così da condizionare in modo meno grave la classe (e i genitori degli studenti). Il tampone verrebbe quindi effettuato solo in caso di risultato positivo al test rapido.

Una proposta, quella targata Speranza-Azzolina, che vede contrario il Cts. Per Sergio Iavicoli, direttore del dipartimento di medicina, epidemiologia e igiene del lavoro e ambientale dell’Inail e membro del Cts, “il tampone rimane il test di riferimento per la valutazione e la gestione dei casi sintomatici e sospetti di contagio da coronavirus e in tal senso i test rapidi non sono ad oggi un’alternativa”, spiega all’HuffPost.

Il tema sullo sfondo resta quello dell’attendibilità del test rapido: era all’85% quando è partita la sua sperimentazione, ma in un rapporto dell’Istituto superiore di sanità si legge che i test sono “continua evoluzione tecnologica per migliorare la loro performance”.

Così mentre Cts e ministri dibattono sul tema, alcune Regioni hanno già deciso di organizzarsi autonomamente. È il caso di Veneto e Lazio, che hanno annunciato l’utilizzo dei test diagnostici rapidi per lo screening delle scuole, così come la Liguria.