I democratici americani sono sull’orlo di una crisi di nervi. È vero, la Casa Bianca è già assegnata, ma Donald Trump si è messo a fare i capricci: le battaglie legali del presidente uscente per il riconteggio dei voti non avranno conseguenze sul risultato finale, ma faranno parecchi danni alla reputazione del Paese e, soprattutto, ritarderanno l’insediamento del vincitore e lo svolgimento del suo programma. In più, la corsa per la Camera dei Rappresentanti non è andata poi così bene. Il partito dell’asinello ha vinto (218 eletti contro i 203 dei repubblicani), ma il vantaggio si è assottigliato: i dem hanno perso otto seggi. E così le due anime del partito fanno già le “analisi della sconfitta”.

Della serie: tutto il mondo è paese. Per conto dei progressisti, Alexandria Ocasio-Cortez, deputata di New York, accusa il partito di scarsa organizzazione e di eccessiva moderazione. Dall’altra parte, Conor Lamb, un altro giovane eletto nella decisiva Pennsylvania, critica la sinistra radicale per gli eccessi ideologici che potrebbero allontanare gli elettori centristi. Nancy Pelosi, speaker della Camera e leader di fatto del partito, avrà le sue gatte da pelare per gestire la faccenda. Come se ciò non bastasse resta ancora da assegnare il Senato. Battaglia fondamentale: lì si decideranno i margini di manovra dell’amministrazione Biden per i prossimi quattro anni.

Dopo la fase di stallo tra democratici e repubblicani dei giorni scorsi (con 48 seggi ciascuno), il Gop è appena passato in lieve vantaggio. Anche se con un minimo scarto, il senatore repubblicano Thom Tillis ha vinto l’altro ieri un secondo mandato in North Carolina, stato “rosso” fedele a Trump. Tocca ora all’Alaska che rieleggerà certamente il senatore del Gop Dan Sullivan. I repubblicani hanno adesso 50 eletti su 100 (sono due per ogni stato della federazione). Ma restano ancora due seggi da assegnare in Georgia, con un ballottaggio che si terrà il 5 gennaio. Secondo la legge elettorale dello Stato, non basta arrivare primi per vincere un’elezione: i candidati devono ricevere la maggioranza assoluta dei voti. Così, se nessun candidato supera la soglia del 50%, i primi due votanti si affrontano di nuovo in uno spareggio. Come spiega Jacob Rubashkin del sito Inside Elections, la legge sul ballottaggio «è stata adottata negli anni ’60 per conservare il potere politico bianco in uno Stato a maggioranza bianca: i legislatori pensarono di ridurre l’influenza dei politici neri in una corsa con diversi candidati grazie alla dispersione dei voti».

Dagli anni ’90 ad oggi, i democratici hanno vinto solo uno dei sette ballottaggi che si sono svolti in Georgia. In questo momento, il senatore repubblicano David Perdue è in vantaggio sullo sfidante democratico Jon Ossoff nel primo duello. Nell’altro, al contrario, il reverendo nero Raphael Warnock conduce contro la senatrice Kelly Loeffler. Se finisse uno a uno, i repubblicani manterrebbero per poco il controllo del Senato. Viceversa, se vincessero i democratici sarebbe un pareggio: 50 a 50. Ma qui entra in gioco Kamala Harris. La vicepresidente democratica sarà automaticamente la presidente del Senato: un voto in più per i dem, decisivo su molti provvedimenti.

Con un bel gruzzolo di 16 grandi elettori assegnati a Joe Biden, la Georgia – conosciuta anche come Peach State per via della produzione delle pesche – è già la sorpresa delle elezioni presidenziali. L’ultima vittoria di un candidato democratico da queste parti risale infatti ai tempi di Bill Clinton, nel 1992, ormai quasi trent’anni fa. La Georgia è uno stato del profondo Sud: nell’Ottocento qui era tutta una piantagione di cotone e l’economia si basava sul lavoro degli schiavi. Il razzismo sistemico è ancora molto forte, nonostante la Georgia abbia visto le gesta di Martin Luther King e di John Lewis, due campioni del movimento per i diritti civili degli afroamericani. In questi anni, i repubblicani hanno adottato diversi escamotage per impedire la partecipazione al voto dei neri.

Nonostante il peso di questa tradizione, la Georgia ha votato a favore di Biden. Come è potuto accadere? «Atlanta, una delle metropoli più dinamiche della nazione che ora rappresenta il 57% della popolazione della Georgia, ha attirato in questi anni un numero crescente di lavoratori con istruzione universitaria», spiega l’economista Paul Krugman sul New York Times. «Ormai – aggiunge – la percentuale di laureati è più alta in Georgia che in Wisconsin o Michigan. E i lavoratori istruiti e altamente istruiti delle grandi città provano repulsione verso le posizioni illiberali del Gop sui diritti sociali». Ecco perché il passaggio della Georgia tra gli stati blu, democratici e pro-Biden, non deve stupire.

L’altro motivo del sorprendente risultato della Georgia ha un nome e cognome: Stacey Abrams, la candidata afroamericana che nel 2018 ha perso per un pugno di voti la corsa per diventare governatore del Peach State. «Nessun altro georgiano o democratico è stato più decisivo della Abrams per la svolta degli eventi nel 2020», racconta Carol Anderson, scrittrice afroamericana e autrice del volume militante “One person, no vote”. Secondo la Anderson, è grazie all’impegno della Abrams per la mobilitazione degli elettori di colore che l’onda multietnica è diventata un’onda per Biden. Come racconta Errin Haines, editorialista afroamericana di Usa Today, «fin dal 2014, Abrams ha avviato il New Georgia Project, registrando quasi 70 mila nuovi elettori». L’iniziativa dal basso negli ultimi anni ha fatto iscrivere quasi mezzo milione di georgiani alle liste elettorali. Secondo il Pew Research Center, la quota di elettori neri registrati in Georgia è aumentata di 5 punti percentuali dal 2000 al 2018. «Né Barack ObamaHillary Clinton si impegnarono seriamente per la Georgia nelle ultime sfide per la Casa Bianca», ricorda la Haines.

«Ma dopo la sconfitta nelle elezioni per la carica di Governatore, Abrams ha raddoppiato i suoi sforzi, anche negli altri stati. Ha avviato Fair Fight Action, gruppo che ha lanciato una massiccia campagna di educazione degli elettori afroamericani, promuovendo anche il voto per posta». Negli ultimi mesi delle presidenziali, i volontari hanno inviato messaggi a milioni di elettori e fatto migliaia di telefonate. La mobilitazione dei neri della Georgia può ancora una volta essere decisiva nei ballottaggi. Se lo augura l’establishment del Partito Democratico, preoccupato da un turno elettorale nel quale mancherà l’accoppiata con il voto per il Presidente. «Ora che Biden è il presidente eletto, molti elettori democratici potrebbero sentire che la loro missione è compiuta e potrebbero perdere interesse per il ballottaggio», avvertono Nathaniel Rakich e Geoffrey Skelley, analisti elettorali del sito di sondaggi FiveThirtyEight. Per i repubblicani potrebbe essere l’occasione per prendersi subito una rivincita.