Il poeta che non sa parlare di Nino D’Angelo (Baldini+Castoldi, pp. 224, euro 18) mi è arrivato in lettura per pura coincidenza. Quanto mi ha fatto bene quest’incontro inaspettato! Parto da una considerazione autobiografica: per me classe ’79, di famiglia borghese della provincia napoletana in cui già mia madre e le sorelle non solo non parlavano napoletano, ma redarguivano noi bambini dal farlo, D’Angelo era un ragazzo simpatico dalla bella voce e il caschetto d’oro che non entrava nel mio raggio di interessi. Poi negli anni delle sue canzoni a Sanremo lo apprezzai molto, ma la cosa si fermava lì. In questo libro, allora, non solo ho potuto conoscere una persona divenuta personaggio largamente simbolico, ma ho riso e pianto tenendo davanti la voce, il gesto, i luoghi e la determinazione di ciò che, ogni giorno di più, vogliamo rimuovere dal nostro orizzonte: la povertà e i poveri.

È bellissimo di questo libro che il quartiere di Nino non venga nominato se non alla fine, quando scopriamo trattarsi di San Pietro a Patierno, adiacente a Capodichino, il quartiere degli “scarpari”, evocato in un oggi in cui – rimasto poco o nulla del mondo d’origine dell’autore – chi ci crebbe da bambino ancora sente e vede la piaga vivida della mancanza di speranza, speranza per un tentativo serio, almeno, di attutire le disuguaglianze. Ma la forza di queste pagine sta nel modo in cui il suo autore ci porge i ricordi, perché sembra di stare a casa di sua zia Carmela ad ascoltare lui e tutti i suoi parenti, a ripercorrere un’epopea con la nostalgia struggente, il dolore dolce che è l’essenza del popolo napoletano. E mi sembra importante che questo non avvenga per via dell’invenzione romanzesca (che rispetto a certi contesti tende sempre a essere retorica e appiccicosa), ma attraverso le confessioni di un suo protagonista reale.

Il lettore si commuoverà a leggere la raccolta delle 500 mila lire per fare in modo che Nino realizzi la sua prima incisione discografica e sorriderà quando la cosa, presa una certa piega, non riesce a realizzarsi senza però provocare disperazione, ma anzi un rassegnato, dignitoso rimettersi in gioco. Splendide le pagine sulla vendita dei gelati ai binari della stazione di Napoli, quelle su Viviani, come pure quelle sui compleanni festeggiati tra Sophia Loren, Scampia e l’(ex) Stadio San Paolo. In queste pagine riposa la virtù smarrita dell’umiltà delle origini e della gratitudine per il dono ricevuto: ogni tanto il poeta che non sa parlare getta al vento i suoi versi e noi sentiamo che la parola si fa suono, il ricordo canto, la nostalgia musica, il desiderio di riscatto preghiera e danza. Sono grato di aver potuto leggere questo libro.

Mi ha ricordato la responsabilità che Napoli ha – e continua a rinnegare – verso i suoi figli, verso la povertà dei mezzi, la penuria di una risorsa che una grande suora vincenziana che opera a Materdei, Suor Michelina, mi disse un giorno essere l’insistenza: i ricchi possono insistere, i poveri devono mollare. Il poeta non ha mollato, la sua famiglia non ha mollato. Leggiamo questo libro in ascolto della voce di Nino D’Angelo: riconosceremo il suono di un codice genetico che appartiene a tutta Napoli e pure a moltissimo Sud del mondo.