A parte che lì era un tiepido inverno, quella di sei anni fa fu l’estate più triste del Brasile. No, non cupa come questa, con epidemia di Covid negata, fosse comuni a Manhaus e un presidente pistolero ciclotimico che scimmiotta Trump senza riuscirci. Nel 2014 il dramma fu calcistico. Quindi popolare, profondo, terribile. La semifinale persa in una fresca serata al Mineirão, lo stadio di Belo Horizonte diventato ormai mèta di esorcismi stregoneschi. La Seleção buttata fuori dalla Copa do mundo dalla Germania. Una tragedia nazionale. Fu durissima. Perdere è brutto, ma perdere 1 a 7 nei Mondiali fatti in casa e un’altra cosa. Senza Neymar e Thiago Silva, il Brasile già soltanto nel primo tempo si vide arrivare un gol di Mueller, uno di Krose, una doppietta e poi Kedira. Prima dell’intervallo i verdeoro erano già ko. Mai una semifinale mondiale era finita con sei gol di scarto. Mai il Brasile, che non perdeva una partita ufficiale in casa dal 1975, aveva subito sette gol in una partita per la Coppa. Per di più, stavolta, con il rimorso di aver messo sulle spalle di Neymar – un fuoriclasse, ma pur sempre un ragazzino di 22 anni – il sogno di trionfo di un Paese intero. Il rimorso d’avergli fatto male con tanta pressione.

Il pomeriggio prima della partita, costretto in panchina dalla vertebra rotta in un brutto fallo da dietro, Neymar aveva l’aspetto sollevato, nonostante il dolore alla colonna. S’era portato in spalla 200 milioni di persone per tre settimane, fino ai quarti di finale, troppo per chiunque. Fischiato il novantesimo di quella notte terribile al Mineirão, sugli schermi tv di tutto il pianeta sbucò la faccia rigata dalle lacrime di un gigante biondo riccioluto che si guardava intorno con gli occhi increduli di un cinquenne. Piangendo a dirotto, senza nemmeno uscire dal campo, David Luiz chiedeva perdono così: «Eu so queria dar alegria a mia gente». Non c’era verso di consolarlo. «Io solo volevo dare allegria alla mia gente. Disgraziatamente non ci siamo riusciti. Io, io … io chiedo scusa a tutti. Chiedo scusa ai brasiliani».

Visto? Deve aver pensato qualsiasi essere umano di fronte alla tv in qualsiasi angolo di mondo quella sera, qui, in Groenlandia e in Cina: non è vero che è un Paese di cuorcontenti, tutto samba, spiaggia e capirinha ghiacciata. La notte del tracollo fu finalmente anche la notte della verità. La tristezza sgomenta di un intero popolo e la poesia di quella disperazione infantile tolsero al Brasile da copertina quell’aurea da bionda scema, troppo carina, troppo maliziosa, troppo ancheggiante per essere presa sul serio. Il Paese non se la meritava, è sempre stato molto altro e molto meglio. Quella notte del 2014 il mondo se ne accorse. Un popolo intero che piange ma non se la prende con l’arbitro, il tifoso inginocchiato che prega, il giovane capitano che dice «sono più bravi di noi», furono la prova di quanto ci fosse poco da ridere sulla cultura brasiliana del sorriso. Il Maracanazo più brutto della storia nazionale, peggiore della leggendaria sconfitta del 1950 contro il minuscolo Uruguay (perché stavolta bruciava la fredda superiorità tecnica dei tedeschi) mostrò un Paese addolorato, giovane e vivo, che tra i suoi molti problemi non ha quello della repressione delle emozioni.

Gente che si dispera senza vergogna con la stessa naturalezza con cui balla e cammina. Mostrando quanta profonda vitalità ci sia in quel modo solo loro di danzare lanciando vorticosamente i fianchi verso un nulla immaginario che nessuno sa cosa sia. Ci fu molto da imparare dallo spettacolo della tristezza brasiliana. Ducecento milioni di individui delusi, entusiasti cronici improvvisamente disillusi, tutti presi a celebrare insieme un dolore collettivo in un Paese grande come un continente, con sacche di miseria gigantesche e diverse ragioni per infuriarsi, piangendo molto, senza odio, senza orrori. E senza scatenare un pandemonio. Niente riot, solo lacrime. Provateci a Berlino. Diogo Mainardi, favoloso polemista brasiliano, prevedeva alla vigilia: purtroppo questo sarà l’anno della riscoperta del Brasile. «Cronisti provenienti dai luoghi più improbabili attraverseranno l’oceano e per sei mesi – scriveva – tempesteranno i loro disinteressati e disinformati connazionali con i loro disinteressanti e disinformati resoconti sul Paese.

Si raccomanda a tutti loro di rinunciare subito a qualsiasi tentativo di originalità e di plagiare senza il minimo pudore il più feroce dei nostri umoristi, Ivan Lessa, che ha saputo riassumere l’essenza della nostra specie in una sola frase: abbiamo i piedi per terra e le mani anche.
Se Ivan Lessa, l’Apuleio nostrano, si è contraddistinto per la capacità di svelare la nostra natura quadrupede – gli asini verde oro – lo storico Paulo Prado, molto prima di lui, dev’essere ricordato per un’impresa ugualmente meritoria: lui ha diagnosticato la nostra psiche patologicamente malinconica. Il suo Ritratto del Brasile, sottotitolato Saggio sulla tristezza brasiliana del 1926, è ancora oggi una guida insuperabile per orientare gli osservatori meno avvezzi alle questioni nazionali. L’incipit non lascia dubbi: in una terra radiosa vive un popolo triste». Nemmeno una settimana dopo nquella crudele semifinale, un’altra sfida eccessiva, un altro affronto all’orgoglio nazionale. Toccava ospitare a Rio il nemico antropologico, l’odioso alterego, la spavalda Argentina del ct Sabella. Gli eterni rivali argentini in finale al Maracanà, il tempio del calcio brasiliano, contro la Germania. Da spararsi.

Nonostante lo stordimento per la brutta sorpresa, qualcuno a Rio riuscì a reagire. Invece di buttarsi a capofitto nella Baia di Guanabara con una pietra al collo, intravide la via d’uscita elegante. Tese idealmente la mano, invece di ricordarsi di quanto siano mal sopportati in Argentina i fortunati vicini più ricchi, più belli e con quelle lunghe spiagge dorate con la brezza oceanica anche a mezzogiorno. Invidiati al punto che dodici ore dopo la notizia della vertebra rotta di Neymar, sulla Avenida Nueve de Julio, l’arteria principale di Buenos Aires, già gli ambulanti ai semafori vendevano gli scheletrini di plastica, riciclati dalle cineserie di Halloween, con l’adesivo: «Acà està la columna de Brasil», eccola qua la colonna del Brasile. Quella sera d’estate avvenne l’incredibile: in Brasile ci fu chi tifò Argentina. L’odio reciproco di due nazionalismi psichiatrici fu sedato (per poche ore) da un’idea. Dal sogno della Grande Rivalsa che, più o meno, si può tradurre così: ma ve l’immaginate la Culona Inchiavabile piantata là, nel mezzo del Maracanà, a guardare l’indio Romero, il capitano della scalcinatissima argentina, che solleva la Coppa del mondo?

E gli implacabili panzer tedeschi, pettinatissimi, impassibili, undici carri armati sempre in modalità blitz krieg, infilare la strada degli spogliatoi con le spallone ricurve, per una volta sconfitti, mentre quelle facce da galera degli argentini ballano felici, finalmente campioni di qualcosa? Ma ci pensate al batticuore di un continente intero se questi qui riescono a incoronarsi campioni del mondo sotto la tribuna d’onore del Maracanà, il massimo del paradiso immaginabile per qualsiasi ragazzino sudamericano abbia mai preso in mano un pallone? Sarebbe gioia pura per almeno mezzo miliardo di persone. «Bravo? Se fosse bravo davvero non giocherebbe qua, quelli bravi se li compra qualcuno l’Europa e se ne vanno a 18 anni» dice di qualsiasi calciatore sudamericano qualsiasi tifoso locale. E la Selecciòn argentina sei anni fa provava che quell’amarezza, ora come allora, era fondata: di undici titolari nemmeno uno, uno!, giocava a casa sua. Sedici dei 23 tedeschi convocati di Jogi Löw giocavano invece in Bundesliga. E quindi – seppero dire i saggi bevitori che fanno arredamento essenziale da sempre da “Jobin”, strategico baretto carioca con tv appese sul marciapiede – certo che gli argentini li detestiamo, certo la Germania è più brava, che non c’è paragone con la macchina da guerra di Klose che è disciplinata, compatta e forse paga pure le tasse. Ma stasera facciamo un’eccezione. Mettiamo da parte l’odio. Fosse solo per vedere il ct Sabella, con quell’aria da immigrato da dopoguerra mentre smadonna in completo blu a bordo campo, sentirsi imperatore per una notte a casa nostra, vederlo trionfare qui nella Cidade Maravilhosa. Intanto a Buenos Aires, per le strade della «capitale di un impero inesistente», tutti vivevano da una settimana sospesi nell’illusione di portarsi a casa il trionfo più ambito. In una città pazzesca sempre sull’orlo del baratro, con più librerie notturne che a Londra, più fiorai che a Parigi, dove la produzione teatrale è più ricca che a New York e negli altarini degli ex voto c’è la foto di Maradona vicino a quella della Vergine della Grazia di Roccella Jonica, in quella metropoli assurda in cui vanno dallo psicoanalista anche i poveri e le vecchie casalinghe italiane parlano ancora il cocoliche (mix di castigliano orecchiato male, veneto o calabrese) tutti, ricchi e poveri, si preparavano a vedere la finale per strada nonostante fosse inverno pieno.

Da Fuerte Apache, la villa miseria di baracche e lamiera nel centro città da cui è saltato fuori Carlitos Tevez – non convocato a quei Mondiali per capriccio di Lionel Messi – già dalle prime ore mattino della domenica della finale salivano boati: «Vamoooos chicooos». La polizia sospese lì dentro i pattugliamenti antinarcos. Troppo casino, impossibile. Era il giorno della revancha, della agognata rivincita. E contro la Grande Germania poi, quella che laggiù ha mandato nazisti in fuga e continua a sbarcare aerei pieni di turisti con due piedi sinistri che non imbroccano un passo di danza nemmeno alla centoventicinquesima lezione privata. Anche in Brasile, alla fine, ci si convinse che era meglio stare dalla parte dei detestabili vicini. Perché Germania-Argentina era il metodo contro l’estro. Con in mezzo un abisso molto più profondo dell’Oceano atlantico. Klose, il campione tedesco, disse la sera della vigilia: «Se sono arrivato a 36 anni al quarto Mondiale è perché faccio una vita sana: non bevo e non fumo». Eliana Guercio, moglie del portiere Romero, a un tweet della popstar Rihanna che smaniava alla vista dell’idolo sudaka del momento rispose: «Querida, se domani vinciamo i Mondiali giuro che te lo presto».

Quella notte, da Città del Messico alla Patagonia, fu la Bundesbank contro i Tango bond, la Mercedes contro i ladri di biciclette. Finì 1 a 0. Con i tedeschi in gloria e gli argentini in lacrime. Il Maracanà celebrò i carri armatini di Klose. E i brasiliani non dovettero vedere la statua del Cristo Redentor illuminata di biancoceleste, i colori argentini. Obiettivamente per loro sarebbe stato troppo. Gli spettatori verdeoro consolavano gli sconfitti: «Immaginate come stiamo noi. Io ogni volta che apro il freezer di casa ho paura di trovarci dentro un altro gol dei tedeschi».