Fu in Brasile che capii tutto (o quasi) sullo schiavismo in America e il conseguente problema razziale. La questione razziale nasce nel momento in cui gli schiavi, come anche i servi della gleba in Europa, i “Jacques Bonhommes” in Francia, i mugiki nell’impero zarista, vengono non soltanto usati come manodopera non pagata e quindi estorta con violenza (che è appunto la conduzione servile, come nella Roma imperiale) ma mantenuti in uno stato di inferiorità umana. La degradazione nella dignità risponde a una esigenza funzionale: lo schiavo, quale che sia il colore della sua pelle, deve essere declassato a sotto-uomo – in Germania l’übermench – e degradato nella sua dignità. A tutti gli schiavi è stato in genere impedito di istruirsi per non accedere ai ranghi culturali della classe dominante, salvo gli schiavi greci a Roma, usati come tutori e insegnanti proprio perché quella era la funzione loro richiesta. In alcuni Stati degli Usa l’istruzione degli schiavi era proibita e punita, in altri solo sconsigliata e saltuariamente incoraggiata per motivi religiosi e di solidarietà umana. Ma credo sia fondamentale – soltanto per capire perché alla figura dello schiavo era necessario associare una condizione subumana.

Lo schiavo Jim Crow, nomignolo spregiativo, corrispondeva all’uomo nero instupidito dalla fatica e dall’ignoranza, pericoloso per i suoi appetiti sessuali considerato animale e violento, pigro, lagnoso, sempre pronto a ballare e cantare, capace di un’unica forma di resistenza, la pigrizia. Alla quale il padrone opponeva come antidoto la frusta e la forca. Ciò spiega il clima di terrore e pregiudizio fra i bianchi del Sud dopo la liberazione degli schiavi, mantenuti per decenni se non per secoli in uno stato sottomesso e culturalmente vegetativo. La liberazione ebbe anche conseguenze italiane. Dovendo retribuire gli ex schiavi con almeno due dollari al giorno, i landlords proprietari dei cotton fields e le altre aziende agricole, cercarono mano d’opera in Calabria e Sicilia da cui prelevarono un migliaio di famiglie che furono installate a New Orleans negli anni Settanta del XIX secolo. Fu un’ondata migratoria precedente e diversa da quella successiva che conosciamo perché era concentrata a New York, dopo lo screening a Ellis Island. Quella di New Orleans andò malissimo e finì in pogrom: i nuovi arrivati dall’Italia erano dannatamente simili ai “negroes” appena liberati: scuri, bassi, analfabeti, descritti dall’antropologo italiano Cesare Lombroso (altamente considerato negli Stati Uniti) come persone di sangue misto a causa delle invasioni arabe e la presenza di molti africani in Sicilia.

Il disastro avvenne quando fu ucciso uno sceriffo che indagava su una organizzazione mafiosa portata dagli italiani e che aveva imposto il “pizzo” ai commercianti di New Orleans. Inoltre, i nuovi arrivati dal Mezzogiorno italiano appena ricongiunto all’Italia dei Savoia e devastato dalla repressione piemontese del banditismo, avevano stretto subito una alleanza sociale e per così dire culturale, proprio con i “negroes”, partecipando a fiorenti iniziative commerciali per scambi marittimi nei Caraibi. Molti italiani furono arrestati, strappati alla polizia a furor di popolo e impiccati. Gli altri furono espulsi e soltanto pochi risalirono gli Stati Uniti verso Nord, raggiungendo l’emigrazione dei fuggiaschi politici, anarchici e ricercati dalla polizia francese, dopo la disfatta di Napoleone III che Felice Orsini aveva tentato di uccidere con bombe fabbricate a Londra sotto la regia di Mazzini. Esiste un largo materiale fotografico su questa vicenda e la presenza dei siciliani a New Orleans, con le donne della provincia di Palermo sedute fuori della porta mentre fanno la maglia.

Nel Brasile degli anni Ottanta realizzai alcuni documentari sullo schiavismo dei portoghesi che trasferivano intere popolazioni africane dalle loro colonie fin dal 1532 e che mantennero in catene i loro servi fin quasi la fine dell’Ottocento. Lì scoprii una delle conseguenze dello schiavismo: l’inizio dell’arte della chirurgia plastica che in Brasile ha avuto sempre una ricerca d’avanguardia. E il motivo è semplice e terribile: le schiave potevano dirsi fortunate e ottenere condizioni di vita meno oppressive, finché erano giovani e sessualmente spendibili. In Brasile una donna diventava vecchia a diciotto anni, perché le nuove leve erano reclutate fin dalla prima adolescenza e anche qualche anno prima. Non so quante volte mi hanno raccontato, con nomi di persone e di città diversi, la stessa leggenda.

Quella di una moglie brasiliana che si era accorta delle attenzioni che il marito dedicava alle schiave giovani e che per rappresaglia gliele serviva cucinate a tavola, gli occhi nella minestra di legumi. Naturalmente si tratta di una leggenda popolare, ma faceva parte dell’autobiografia di una nazione. Infatti, una delle angherie più ovvie e più torbide della schiavitù era quella dell’uso proprietario sia della sessualità servile, che della loro riproduzione. Per la riproduzione, i padroni più umani, religiosi e illuminati favorivano la formazione di vere famiglie con padre, madre e figli nati in casa. Nel mondo creolo che un tempo cominciava già in Florida, le schiave nate sotto il tetto del padrone erano chiamate con l’appellativo “criadas”, cioè create in casa, come una stirpe domestica mansueta, fedele, operosa e sostanzialmente stabile e adattata alla condizione servile. Talvolta le famiglie venivano distrutte da un atto di vendita che separava i componenti perché le leggi sulla proprietà permettevano in quasi tutti gli Stati queste operazioni.

Quando gli Stati Uniti conquistarono l’indipendenza, decisero dopo feroci lotte politiche basate su criteri sia economici che etici, di mantenere lo schiavismo introdotto dagli inglesi, ma stabilirono anche che non si potessero più introdurre nuovi schiavi dall’Africa o dall’America Latina. Ciò significava che per mantenere intatto il patrimonio della manodopera servile era necessario mantenerla fertile con donne fertili attive e riproduttori selezionati come gli stalloni o altri animali da monta. Esiste una letteratura della memoria americana in cui, per via femminile, sono narrate tra le altre forme di stupro, quella a puri fini riproduttivi decisa dal landlord il quale pretendeva di selezionare le donne da procreazione e i maschi fecondatori scelti per le loro caratteristiche fisiche e di comportamento. A questo si aggiungeva, ovviamente, l’abuso sessuale diffuso e persino scontato dei proprietari e del loro personale bianco, sulle donne nere per puro intrattenimento. E anche su questa insostenibile memoria grava un’ulteriore conseguenza per il popolo che poi sarà chiamato afroamericano: la distruzione della famiglia. La comunità degli ex schiavi, quasi subito segregata da leggi che limitavano i loro diritti civili e li separava dalla popolazione bianca nelle scuole, chiese, autobus e ogni luogo di riunione, non aveva memoria della famiglia. E l’avrebbe col tempo ricostruita solo in parte. Tuttora, come ho potuto constatare insieme a chiunque voglia vedere con i suoi occhi, specialmente negli Stati del Sud, una larga parte delle adolescenti nere cerca la gravidanza che le permetterà di vivere di sussidi statali insieme ad un bambino che molto raramente vedrà una figura paterna.

I bambini diventano così figli della strada nelle periferie, con i maschi che si radunano in bande e le femmine che trascurano la scuola aspettando di diventare madri con un sussidio. Questa è una situazione più volte denunciata dalle femministe nere americane e anche da donne nere non femministe come Candace Owens che accusano il Partito Democratico americano di avere storicamente seguitato ad abusare del popolo afroamericano scoraggiando la formazione delle famiglie, incoraggiando sussidi che mantengano le donne sotto controllo anche con un accesso estremamente facilitato all’aborto per contenere le nascite dei neri e al tempo stesso coltivandoli come bacino elettorale dopo aver favorito il loro esodo dal Sud agricolo alle estreme periferie delle megalopoli e specialmente a Chicago, dove d’estate si registra il più alto numero di vittime per sparatorie fra adolescenti neri. Ma nella letteratura afroamericana esiste un genere ormai classico: quello del rapporto fra l’uomo bianco e la donna nera che ha imparato molto presto a destreggiarsi e difendersi e persino a capovolgere i ruoli nello sfruttamento sessuale. Questa antica resilienza delle donne nere è ancora oggi un elemento fondamentale per comprendere la società americana nei suoi reconditi. Anche perché durante il XIX secolo si sono formate in Alabama, Tennessee e molte contee della Georgia e della Florida del Nord, delle alleanze di donne sole e forti, nere e bianche insieme, fuggite o sfuggite allo stesso dominio bianco.

È nato così uno stereotipo che si riconosce anche in una letteratura e musica country, in cui la donna vive da sola, con il suo pick-up o il suo cavallo, è sessualmente libera, è armata, è una esperta tiratrice e una smaliziata giocatrice di poker, una affarista, spesso proprietaria di saloon e di bordelli come Nell Kimball, la celebre autrice di Memorie di una maîtresse americana, una storia che finisce durante la Prima guerra mondiale, nel 1917, e che racconta una società radicalmente diversa da quella europea, con protagoniste bianche e nere del tutto sradicate dalla famiglia, spesso inclini al banditismo e al nostalgico fatalismo di amori brevi e disperati vissuti di sera davanti al fuoco con la chitarra, un pony e una chitarra.

(2-Continua)