Quale è la storia del razzismo americano? E dello schiavismo? Fare un passo indietro sarà banale, ma è utile. Certamente, gli americani non andavano in Africa a catturare schiavi i neri per portarli a casa a lavorare nei cotton fields, nei campi di cotone della frusta, del caldo e dei canti per reggere la fatica? In queste settimane di radicale e salutare rivoluzione antirazzista può essere utile ricordare come andarono le cose. Io ho cominciato a frequentare e vivere negli Stati Uniti, dove ho ancora due figli, dal 1997. Non ho imparato tutto, ma abbastanza nel corso di molti anni. Negli Stati Uniti troverete sempre scaffali di libri sulla condizione degli schiavi e degli afroamericani. Ma è utile ricordare che la tratta degli schiavi in America è opera soltanto degli europei: spagnoli, portoghesi, inglesi, francesi e olandesi. Il Paese al mondo che ha più neri non è l’Uganda o la Nigeria e nemmeno il Sud Africa, ma il Brasile perché il Portogallo importò milioni di neri dalle sue colonie africane. In catene, ovviamente.

Cristoforo Colombo appena sbarcato sulle isole caraibiche, tentò di schiavizzare i nativi, ma gli andò malissimo. I nativi, detti erroneamente indiani, non si facevano schiavizzare. Piuttosto, morivano. I nativi indiani nel diciottesimo secolo erano talmente potenti da poter stringere alleanze militari con la Francia o l’Inghilterra, per cui quella che sui nostri libri si chiama “Guerra dei Sette anni”, in America si chiama “Guerra indiana” perché i nativi combattevano anche, anche fra loro, in reggimenti e plotoni autonomi, come nazioni. La schiavitù degli africani è una piaga antica quanto l’Africa. Tutti i colonialisti europei, francesi o inglesi, spagnoli o portoghesi, comperavano gli schiavi ai mercati arabi in Africa. Gli arabi a loro volta si servivano di ras locali che facevano razzie nell’interno e vendevano in catene le tribù sottomesse a trafficanti islamici che dominavano il mercato dei beni per le potenze coloniali.

Anche nelle tredici colonie britanniche originali che dettero vita al nucleo dei futuri Stati Uniti ribelli alla Corona inglese esisteva una vasta popolazione di schiavi usati come mano d’opera bracciantile agricola. Secondo l’interessata e sfacciata narrazione dei democratici, egemoni negli Stati del Sud, lo schiavismo non era un insulto alla dignità umana, perché secondo loro gli schiavi – considerati stupidi e incapaci di rispettare qualsiasi disciplina, potevano secondo loro ringraziare Iddio per essere messi sotto la frusta dell’uomo bianco che comunque garantiva loro un welfare: un tetto, cibo caldo d’inverno e le cure essenziali. Naturalmente il padrone bianco considerava un suo privilegio abusare sessualmente delle donne acquistate e spesso offerte in uso ai rampolli per puro intrattenimento. Tutto ciò non costituiva una esclusiva dei bianchi americani (di discendenza inglese) ma valeva anche per i francesi, spagnoli, portoghesi e olandesi. Ed era considerato del tutto normale dal punto di vista etico nelle potenze occidentali, che praticavano lo schiavismo nelle loro colonie americane o altrove. A Venezia, la tratta degli schiavi neri era di uso comune e se ne trovano le tracce nei quadri della pittura veneziana, ricca di servitori neri in polpa e parrucca.

Quando nacquero gli Stati Uniti con la rivoluzione americana (il generale George Washington era già stato comandante dell’esercito continentale inglese, giubbe blu anziché rosse) la questione della schiavitù fu subito terreno di scontro fra chi aveva interessi nell’agricoltura e chi voleva dare senso alla dichiarazione secondo cui “tutti gli uomini nascono uguali”. Come sappiamo, i primi presidenti possedevano grandi schiavi che facevano parte, come in tutto il continente non soltanto statunitense, del patrimonio terriero. Il primo presidente libero dal peccato originale dello schiavismo fu Abraham Lincoln, che fu anche il primo Presidente repubblicano, poi assassinato. La notizia della sua elezione scatenò immediatamente la secessione degli stati schiavisti. Oggi è molto diffusa fra gli storici americani l’ammissione del fatto che la guerra civile fu una guerra fra repubblicani antischiavisti e democratici schiavisti. Ma pochi ricordano oggi che prima della guerra esisteva nel Nord degli Stati Uniti una borghesia di cittadini americani neri, liberi, in genere uomini d’affari specialmente nello Stato di New York, alcuni dei quali nel business del mercato degli schiavi per il Sud.

Questa significativa borghesia nera libera è anche la causa della qualità della musica jazz. Il jazz, come ci ha insegnato la filmografia, nasce dalle musiche per funerali e per i gospel, i Vangeli letti e cantati in chiesa. Ma la musica jazz come noi la conosciamo nasce grazie alla borghesia nera ricca e libera che impartiva ai figli una educazione aristocratica che in genere comprendeva anche il viaggio in Europa e la frequentazione di università inglesi e francesi, con una educazione musicale molto avanzata. Quando, dopo la guerra civile che si concluse con la sconfitta degli schiavisti, furono introdotte le infami leggi razziali – le cosiddette Leggi di Jim Crow – della segregazione, specialmente negli Stati ex Confederati del Sud, tutta la ricca borghesia nera e libera che si era sempre sentita parte della “upper class” americana, si ritrovò di colpo retrocessa nei ghetti imposti dalla segregazione.

Fu così che la classe dei neri liberi con un alto livello di istruzione e di benessere, furono costretti a condividere la loro sorte con la massa degli schiavi liberati, che erano totalmente analfabeti e privi di qualsiasi abilità che non fosse quella dei braccianti agricoli nei campi di cotone. Se uno vuole avere un’idea – totalmente romantica e manipolata ma comunque molto istruttiva del mondo di Dixieland – può sempre rivedersi magari per la quinta volta “Via col vento”, la cui interprete nera, quella che aveva il ruolo affettuoso e protettivo di Mamie, prese il primo Oscar concesso a una donna afroamericana. Non si sa bene perché quella parte del Sud confederato chiamasse se stesso Dixieland. Una larga area era appartenuta ai francesi, quando la Louisiana, la terra del Roi Louis, comprendeva quasi tutto il Sud e fu svenduta per un pugno di dollari da Napoleone alla ricerca di fondi per finanziare le sue guerre contro gli inglesi, i quali a loro volta angariavano gli americani considerandoli traditori filofrancesi, e anche perché fra loro c’era una enorme quantità di irlandesi cattolici che odiavano l’Inghilterra e che facevano apertamente il tifo per la Francia, così come durante la Prima guerra mondiale facevano il tifo per la Germania.

E in quel mondo, la banconota più usata era quella da “Dix Dollars”, dieci dollari in francese e per questo detta poi Dixieland, la “terra dei dieci dollari francesi” il cui inno – peraltro bello e popolare come musica – non è cantabile perché è considerato giustamente un inno razzista. In questi giorni successivi all’omicidio di George Floyd, vengono volentieri abbattute le statue dedicate al generale Lee, comandante dei confederati sudisti e onorato come protagonista della storia americana. Già gli ultimi cinque governatori e sindaci del Sud avevano vietato di esporre la bandiera confederata, perché considerata il simbolo degli schiavisti razzisti, e la morte di George Floyd spinge giorno dopo giorno tutti i governatori e i sindaci a mettere al bando senza indulgenze e compiacenze i simboli dell’America che fu sconfitta nella guerra di Secessione, ma che è tuttora viva e vegeta. E, ovviamente, razzista. La parte più marcia del razzismo americano non è più quella collegata all’epoca degli schiavi, ma a quella successiva mostruosità della segregazione. Quando si parla delle Leggi di Jim Crow, che stabilirono le regole della segregazione dopo la guerra civile, non si parla di un legislatore chiamato Jim Crow. “Jim Crow” era un nomignolo razzista che voleva dire più o meno “piccolo negro” e proveniva da una canzoncina il cui ritornello diceva “Jump Jim Crow”, e cioè più o meno “salta negretto”, facendo parte di una iconografia e un comune sentire, secondo cui i neri non fanno che saltare e ballare.

Il corpo legislativo che imponeva la separazione fra bianchi e neri nelle scuole, posti di lavoro, mezzi di trasporto, cinema, ristoranti e luoghi di riunione comprese le chiese e i campi sportivi. Un secolo fa il presidente americano Wilson, il democratico che si installò a Versailles alla fine della Prima Guerra Mondiale per progettare un nuovo mondo senza guerra, emanò dei regolamenti burocratici per evitare che le impiegate bianche e quelle nere dovessero subire il disagio di lavorare nelle stesse stanze. Quando Hitler salì al potere nel gennaio del 1933, la macchina razzista del nazional-socialismo si mise subito all’opera per compiere il primo atto di antisemitismo: negare i diritti civili ai tedeschi di discendenza ebraica, facendone di cittadini di serie B. Una apposita commissione di esperti costituzionalisti e giuristi tedeschi scoprì che le leggi americane di “Jim Crow” sembravano perfette: era possibile ed accettato persino nella più grande democrazia del mondo, che una parte dei cittadini, per motivi razziali non avesse tutti i requisiti per godere dei diritti concessi ai cittadini razzialmente puri. Durante lo schiavismo era severamente vietato e punito fornire istruzione ai “negroes”, che tuttavia imparavano a leggere nelle chiese per cantare gli inni stampati e disposti sui banchi.

I neri erano anche esclusi, per una presunta manifesta incapacità, dagli sport e dalla musica, cioè nei campi in cui i neri nella prima metà del secolo scorso cominciarono a dominare quasi incontrastati. E naturalmente erano considerati inutilizzabili come soldati perché trattati come codardi e refrattari a qualsiasi autodisciplina. Durante la Prima Guerra Mondiale per la prima volta fu concesso ad alcuni reggimenti di volontari “coloured” di battersi nelle trincee al fianco dei reggimenti bianchi e naturalmente i soldati di colore dettero prova di qualità insospettate che stupirono gli stati maggiori. Durante la Seconda Guerra Mondiale ottennero di formare un gruppo “colored” di piloti da caccia che fece faville e anche questo contribuì a far cadere blocchi di pregiudizi.

Certo, all’epoca in cui sia Kennedy che subito dopo Lyndon Johnson mandarono l’esercito per garantire il diritto alla scuola e agli autobus non segregati, nessuno poteva immaginare che un generale nero come Colin Powell potesse arrivare al top della gerarchia militare o che un sindacalista di Chicago diventasse il primo presidente nero degli Stati Uniti. Peraltro, giova sempre ricordare per non fare confusioni, Barack Obama non discende dagli schiavi e dalla segregazione, ma da un intellettuale kenyota, ex funzionario dell’amministrazione britannica, passato a prendere una laurea alle Hawaii lasciando un pargolo in una bionda studentessa del tutto wasp, cioè purissima bianca, anglosassone protestante.

(1 – Continua)