Nessun Paese moderno ha avuto la stessa sorte degli Stati Uniti nella secolare storia coloniale inglese, francese e anche spagnola, quanto a schiavismo e razzismo. Lo stato delle cose oggi, nel pieno dell’ondata di shock per gli omicidi di afroamericani da parte di una polizia spesso comandata da neri anche in città il cui sindaco è nero, nasconde una tormentosa vicenda di cui abbiamo smarrito il filo. Quando tutto cominciò, intorno al 1600 e dopo molti falliti tentativi di schiavizzare i nativi, a partire da Cristoforo Colombo per conto della Spagna prima di ricorrere agli africani, la servitù e la vendita degli esseri umani, anche non africani, era normalmente praticata sia dagli inglesi che dai francesi che dominavano insieme l’America del Nord. Sul continente Nord Americano si svolse parte della Guerra Indiana, per noi Guerra dei Sette anni, in cui i reggimenti inglesi fronteggiavano le giubbe blu francesi: «Monsieurs les Anglaises, tirez le premiers», concedeva abbassando il cappello la staffetta francese ai cannonieri nemici invitandoli a far fuoco per primi per misurare la gittata dei loro cannoni.

Sia i francesi che gli inglesi deportavano volentieri tutti gli indesiderabili nelle colonie americane come galeotti e come schiavi. La Guyana francese diventò la “ghigliottina secca” per coloro che si voleva far sparire per sempre in Europa. Come ad esempio i complici italiani dell’anarchico Felice Orsini che fu decapitato per aver provocato una strage nel tentativo fallito di uccidere Napoleone III, che ebbero la pena commutata alla Guyana da cui evasero con la complicità inglese per essere poi mandati negli Stati Uniti ad arruolarsi nella cavalleria del generale Custer, sicché uno di loro partecipò e sopravvisse alla battaglia di Little Big Horn. Nelle colonie, la vita umana era sempre soggetta a servitù e si vendevano al mercato, con gli africani, anche i Green negroes, gli irlandesi ribelli biondi, bianchi e cattolici, incatenati e messi all’asta. L’Inghilterra deportò in America un grande numero di scozzesi sconfitti nella lunga resistenza del XVII secolo insieme con irlandesi vendibili, acquistabili come mano d’opera, essendo pratica comune risarcire con anni di schiavitù le spese di deportazione o di emigrazione sicché una gran quantità di donne furono costrette a prostituirsi sotto padrone fino a estinzione.

Nella Nouvelle France canadese voluta da Louis XIV, il Re Sole che spingeva per una forte espansione in America del Nord, poi svenduta da Napoleone al Presidente Jefferson, il popolo degli Irochesi aveva carte blanche per schiavizzare i coloni inglesi e portare via prigioniere a vita le donne con i loro figli. La Francia nel territorio della grande Louisiana che oggi fa parte degli Stati Uniti ammetteva lo schiavismo degli africani, ma con limitazioni fra cui il rispetto per l’unità familiare dei neri e il diritto all’alfabetizzazione che invece era vietato in quasi tutte le colonie britanniche. Altra situazione era fino a pochi decenni fa drammaticamente visibile nel Belize – ex Honduras Britannico – e ad Haiti per quanto riguarda il lato oscuro della Francia. Il Belize è un Paese centroamericano abitato quasi esclusivamente da discendenti di schiavi africani degli inglesi, di cui conservano alcuni accenti.

La sua esistenza è una conseguenza della coscienza sporca dei colonialisti inglesi quando fu necessario chiudere la pratica schiavista offrendo come premio di consolazione una piccola patria: arrangiatevi, noi non vogliamo più saperne. Haiti è un’altra curiosa realtà figlia dello schiavismo francese, dove sono stati concentrati decine di migliaia di africani trasferiti con la forza in ondate successive dall’Africa poiché la mitica isola di Hispaniola – dove aveva messo per primo piede Cristoforo Colombo – produceva una quantità miracolosa di frutta tropicale e prodotti come lo zucchero e il caffè. Lo schiavismo in quest’isola produsse un fenomeno di cui noi oggi in Europa non ci rendiamo conto, benché Malcolm X nella sua famosa e illuminante biografia l’avesse illustrata perfettamente: la formazione di gerarchie di schiavi che hanno nella posizione di dominio i neri “bianchi”, con caratteristiche somatiche impercettibili, poi i mulatti, e via via discendendo nella scala razziale e sociale, persone di pelle sempre più nera. Nei Caraibi, in Florida, nella Louisiana, a Cuba, ad Haiti e nell’area che va dalle Bahamas al Golfo del Messico, a Nouvelle Orleans si formò una nuova varietà umana molto mista e socialmente vincente: quella dei creoli, accomunati da una lingua più o meno comune ottenuta da commistioni di francese, inglese, spagnolo, cheyenne o altre lingue indiane, dialetti africani e influenze irlandesi.

I creoli, oltre a dominare culturalmente il bacino del Golfo del Messico avendo accesso all’istruzione e a un alto tenore di vita, commerciavano anche in carne umana come forza lavoro contadina, o mercenari per servizi di sicurezza, prostituzione organizzata con ricche catene di bordelli e vivevano ai limiti delle confraternite di pirati dalla Tortuga ai grandi estuari dei fiumi americani, dal Mississippi al Rio delle Amazzoni. Era tutta gente di colore libera, ma organizzata in caste a loro volta divise gerarchicamente secondo il colore della pelle. Tutti costoro formavano poi comunità ampie e transnazionali con le numerose comunità di schiavi fuggiaschi e organizzati, come i maroons delle colonie britanniche. I francesi abbandonarono formalmente la pratica dello schiavismo con la Rivoluzione francese, che determinò la rivoluzione degli schiavi di Haiti. Da allora la Francia usò gli ex schiavi e i creoli, i ribelli africani come il leggendario Mackandall, una sorta di Spartaco, per combattere gli inglesi sul territorio americano.

La Francia organizzò molti contingenti di volontari addestrati a Port-Au-Prince per sostenere la rivolta dei coloni americani, molto prima che il generale La Fayette formasse un corpo di spedizione per sostenere la Rivoluzione americana. La politica della dismissione degli ex schiavi con concessioni di territori da governare come delle vagheggiate terre promesse, è stata sempre fallimentare. Dopo la guerra civile americana molti ex schiavi accettarono di creare un foyer in Africa nello Stato della Liberia, con risultati pessimi. La fine della Guerra Civile portò alla chiusura della pratica della schiavitù, ma introdusse una situazione se possibile ancora peggiore: quella della segregazione razziale che è durata fino all’inizio della presidenza di John Kennedy e fu definitivamente smontata da Lindon Johnson con l’uso massiccio della forza militare per imporre agli Stati ex schiavisti della Confederazione sconfitta nella terra che porta ancora il nome di Dixieland, l’integrazione nelle scuole, sugli autobus, nei locali e servizi pubblici. Fino agli anni Sessanta i neri non votavano ma erano conteggiati per stabilire la densità di ogni constituency, o collegio elettorale.

I neri, non più schiavi, non votavano ma la loro presenza valeva per uno strano calcolo cinque settimi di un uomo bianco. Le leggi che avevano creato la segregazione, distrussero dal 1870 in poi la grande cultura separata e libera dei creoli americani, trattati tutti come colored e dunque cittadini a metà, privi dei privilegi anche razziali di cui avevano goduto e che aveva permesso una diffusa educazione musicale, linguistica e professionale. I decenni della segregazione avevano appiattito e umiliato una grande società multiculturale e anche orgogliosamente americana. Tutte le varietà originarie dei popoli africani da cui provenivano gli schiavi erano state annullate dalle politiche di ibridazione e annichilimento delle lingue e il risultato finale è stato un popolo di serie B, che ormai non somigliava più ad alcun originale: né a quello africano, né a quello coloniale, né a quello creolo. La nuova massa di cittadini uniti soltanto dal fatto di essere di colore, non aveva più patria, né memoria, e soltanto in maniera molto fragile una famiglia.

Questo nuovo popolo che ha in parte assorbito l’immigrazione di latinos di origine nativa, benché di lingua spagnola ha da un secolo e mezzo iniziato una lenta e dolorosa riconquista di tutti i gradini di accesso alla società dei bianchi, anche con una larghissima partecipazione dei bianchi del Nord. La storia di questa rimonta continua e drammatica è la storia della conquista sia dei diritti civili, sia della parità nella dignità e nel trattamento riservato dalle forze dell’ordine ai cittadini, sulla base di mentalità segregazionista tuttora vigenti, cui partecipano spesso gli stessi law enforcement, le forze di polizia nere o guidate da neri. La storia della società americana è sempre piena di contraddizioni e crisi mortali, cui quasi sempre segue una rinascita.

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Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.