Colui che ha creato la prigione “normale”. Se non conoscessi da trent’anni Luigi Pagano, mitico direttore storico di San Vittore, l’inventore del carcere aperto di Bollate, colui che gestì con sapienza gli anni del terrorismo e quelli di “Mani Pulite”, mi basterebbe leggere la prefazione del magistrato Alfonso Sabella al suo libro (Il Direttore, Zolfo, 18 euro) per capire che la sua è una storia fuori dal comune. Tanto da aver, lui, quasi “convertito” un accanito “piemme antimafia”.

Avevo cominciato a stressarlo fin da quando ero cronista giudiziaria al Manifesto e il carcere di San Vittore, dove ero anche stata “ospitata” per due giorni da detenuta, esercitava su di me uno strano fascino. Per la sua forma a stella, per la sua collocazione nel pieno centro di Milano. Un luogo che chiunque poteva vedere, quasi un pugno nello stomaco che ti obbligava a entrare in contatto con il mondo degli invisibili, degli ultimi. “Un pugnale nel cuore della città”, lo aveva definito un volantino anarchico agli inizi degli anni settanta, quando appetiti di varia sensibilità politica già cominciavano a ipotizzare il suo trasferimento in periferia per poi sfruttarne il preziosissimo territorio.
Io ero una cronista di quelle che “scarpinano”, come si dice a Milano, e volevo sempre entrare, parlare con i detenuti, conoscere le loro storie. Sentivo una certa sintonia con questo direttore pieno di fantasia e di tentativi di cambiamento, ma anche inflessibile sulle regole. Io lo stressavo e lui mi respingeva. Finché un bel giorno, quando fui eletta in Parlamento, il primo telegramma non fu il suo: «Adesso può entrare quando vuole».

Ci davamo ancora del lei, ma eravamo già amici. Camminavamo nello stesso solco. E in carcere sarei tornata spesso, per tutta la mia vita di deputato. È una storia di amicizia, anche quella di cui parla il dottor Sabella nella prefazione. In poche pagine, costruisce una sorta di dialogo-scontro con il suo amico Gigi Pagano, quasi che il libro fosse la storia di due vite parallele che forse, ma solo in parte, si incrociano alla fine. Sicuramente si sono avvicinate nel rapporto personale, ma solo un pochino nel pensiero che sta dietro al pensiero stesso dell’esistenza del carcere, della sua sostanziale inutilità nel non detto di Pagano, nell’incubo delle stragi mafiose come condizionamento perenne di chi, insieme a tanti, pensò solo di “gettare le chiavi” nel credo assoluto di Sabella.

Uno, che ancora oggi ama definirsi “piemme antimafia”, senza farsi sfiorare dal dubbio che il magistrato debba occuparsi di fatti e persone e non di fenomeni. L’altro che inventa un carcere, quello di Bollate, che parte dal principio che la cella debba essere il luogo dove si va a dormire, ma non quello dove si vive. Carcere aperto, con luoghi dove si studia, dove si lavora, dove si fa sport, dove si vivono relazioni sociali. Termini come “trattamento” e “lavoro penitenziario”, insieme alla sollecitazione di favorire i rapporti del detenuto con i familiari e l’esterno erano accolti ancora con un po’ di diffidenza da coloro che inaugurarono, alla fine degli anni novanta, il carcere di Bollate ma anche l’interminabile stagione dei “piemme antimafia” alla direzione delle carceri italiane.

Così, mentre a Milano il gruppo delle teste pensanti (Pagano ricorda il provveditore regionale Felice Bocchino e il commissario Antonino Giacco) lancerà, sulla scia del nuovo ordinamento penitenziario, il “Progetto Bollate”, a Roma arrivavano al Dap i pubblici ministeri Caselli e Sabella. Magistrati con ancora negli occhi e nelle orecchie le auto esplose di Falcone e Borsellino e la soddisfazione di applicare tanti 41-bis e poi gettare le chiavi. Erano anni in cui, un po’ come in una certa cultura di oggi, la prigione era vista solo come luogo in cui preservare la sicurezza, lontani mille miglia dalla stessa cultura dell’articolo 27 della Costituzione. Quelli come Gigi Pagano erano considerati tipi un po’ strani, come minimo ingenui sognatori che non capivano che certi delinquenti, assassini e autori di stragi, non sarebbero cambiati mai. La storia di Bollate (quella che di recente un “ignorante” come Nicola Gratteri ha definito “solo uno spot”), ma anche di San Vittore, di Opera, di Rebibbia, hanno dimostrato il contrario.

E bastano i dati sulle recidive a dimostrarlo: chi in carcere ha potuto studiare, lavorare, mantenere i rapporti con l’esterno, quando torna a casa non delinque più. In otto casi su dieci, dicono le statistiche. Chi viene tenuto in cattività invece non cambia, e torna a delinquere in otto casi su dieci. La percentuale è perfettamente speculare e invertita. «Il rispetto della dignità del detenuto finisce dunque per produrre sicurezza», scrive Pagano nel suo libro. E ricorda che Bollate fu inaugurato due volte. La prima nel 2001 dal ministro del governo di sinistra Piero Fassino, che arrivò accompagnato dal capo del Dap Giancarlo Caselli, e subito dopo le elezioni che si tennero quell’anno e che vennero vinte dal centro-destra, dal neoministro Roberto Castelli e il nuovo capo del Dap Giovanni Tinebra.

La filosofia del “carcere normale” di Bollate è stata poi riversata, per quel che era possibile alla diversa struttura, su San Vittore, dove esiste tuttora l’esperienza della “Nave” per i tossicodipendenti, e nella creazione dell’Icam, l’Istituto a custodia limitata per le madri detenute con i bambini che spostava il nido dal carcere a un luogo esterno e separato. A oggi, purtroppo, di legge in legge, di ministro in ministro, ci sono ancora bambini in carcere. Cosa di cui Pagano, ormai in pensione, si rammarica. E benché tutti i guardasigilli promettano, non pare ci siano in Parlamento e al Governo serie intenzioni di risolvere il problema che per primo proprio a Milano aveva sollevato il direttore Pagano. Ci sono anche ricordi brutti, in questo libro.

C’è la storia di Gabriele Cagliari, suicida la mattina del 20 luglio 1993, una giornata in cui l’intero carcere, dopo lunghi minuti di silenzio, si fece sentire con pianti e battiture dei cancelli. E poi, alla fine del giorno, un altro detenuto, Zoran Nicolic di trent’anni, fu trovato impiccato. Ma non era stato meno brutto quel 1992, “l’anno che cambiò l’Italia”, per quelle due bombe mafiose che squassano ancora oggi la nostra memoria e per quel che ne seguì. A San Vittore le conseguenze del famoso decreto Scotti-Martelli, che bloccava qualsiasi beneficio penitenziario ai condannati per i reati più gravi salvo che a vecchi e nuovi “pentiti” ebbe un effetto devastante.

«Il giorno dopo a San Vittore –scrive Pagano- ci svegliammo circondati da agenti di polizia e carabinieri che avevano presidiato ogni varco del carcere. Tutti coloro che uscivano, agenti compresi, venivano identificati e i detenuti, quelli che si recavano come ogni mattina sul posto di lavoro, furono arrestati e portati in caserma». A tutti veniva chiesto se intendessero collaborare. La richiesta veniva fatta a persone in carcere da decenni! Ricordo personalmente due detenute di una certa età, che lavoravano nella sartoria sia all’interno che all’esterno di San Vittore e che vent’anni prima erano state vivandiere al fianco dei mariti nei sequestri di persona. Che cosa avrebbero potuto raccontare che non si sapesse già?

Purtroppo le conseguenze nefaste di quel decreto, che fu convertito in legge dal Parlamento non senza molti patemi d’animo e con cui tra l’altro fu introdotto l’ergastolo ostativo, furono un grande favore alla criminalità organizzata. Servirono a fiaccare ogni proposta riformatrice, a spegnere le speranza di coloro che, come Pagano, lavoravano per quel “carcere normale” così innovativo e utile per la società. Ma, come scrive il dottor Sabella nella prefazione del libro, «Gigi non ha un fisico imponente ed è molto garbato nei modi, ma sa essere un vero gigante con una determinazione di ferro».

Infatti, pochi anni dopo, la storia ha svoltato, è diventata Storia con la esse maiuscola. Vista, come dice ancora Sabella, «attraverso le sbarre delle prigioni e con gli occhi di quell’umanità che le aveva popolate. È a quelli come lui, oltre che ai giovani naturalmente, che va dedicato questo libro. A tutti gli uomini e le donne del mondo della giustizia, perché, attraverso la comprensione del “carcere normale”, capiscano che dietro alla condanna, prima della prigione, c’è il processo. E anche questo, con l’ispirazione di storie come quella di Pagano, dovrebbe diventare “normale”. Sarebbe ora.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.