L’umanità rischia di morire nel Mediterraneo. È il grido d’allarme lanciato da padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati, dalle colonne de Il Riformista.

Dalle coste libiche a quelle tunisine, dai campi di Lesbo a Ceuta. Migranti respinti, cacciati, perseguitati. È questa l’Europa dei padri fondatori?
Assolutamente no. L’Europa è sempre stata l’Europa dei diritti, l’Europa in cui l’attenzione alla persona è sempre stata al centro. E questo è anche un po’ l’obiettivo di chi arriva in Europa, cioè andare in un Continente in cui sia restituita la propria dignità, siano rispettati i propri diritti. L’idea invece di una Europa fortezza, di una Europa in difesa, non corrisponde all’immagine dei padri fondatori. Credo che dovremmo interrogarci su quale Europa vogliamo, dove stiamo andando come Europa. L’importanza di non investire sulla costruzione di una fortezza ma operare per la costruzione di una Unione che sia anche aiuto alla crescita di quei Paesi che hanno bisogno di essere sostenuti. Credo che sia un po’ questo il compito dell’Europa più che una Europa in difesa, una Europa che respinge, una Europa che non salva vite in mare.

«I fratelli non si scelgono, si amano», scrive Mons. Guido Paglia su questo giornale. Per restare all’Italia, cambiano i governi e le maggioranze, si modificano i toni ma l’approccio al tema delle migrazioni resta sostanzialmente lo stesso: quello “securitario”.
Sì, perché negli ultimi dieci-vent’anni le migrazioni sono diventate un tema che sposta gli assi politici nei vari Paesi, lo abbiamo visto in più occasioni. E quindi i politici approcciano il tema delle migrazioni dal punto di vista dei cittadini europei, in una modalità di difesa più che in una modalità di rispetto dei diritti di tutti. E questo per timore di perdere i voti, di perdere le prossime elezioni, soprattutto in un Paese come l’Italia in cui si ha l’impressione di essere sempre in campagna elettorali, questo è ancora più forte come elemento. Si ha il timore di perdere gli elettori se si fanno scelte coraggiose, scelte lungimiranti anche sul tema delle migrazioni. Un tema che invece richiederebbe questa lungimiranza, perché quello delle migrazioni è ormai da tempo divenuto un fenomeno globale che ha necessità di essere affrontato in termini sovranazionali, e poi con coraggio anche a livello nazionale, soprattutto investendo sull’integrazione e sull’inclusione.

In un suo recente libro, La trappola del virus. Diritti, emarginazione e migranti ai tempi della pandemia (Edizioni Terra Santa) scritto assieme a Chiara Tintori, lei mette in guardia contro la “globalizzazione dell’indifferenza”. Una indifferenza che sembra crescere sempre più.
Quello che si mette in evidenza nel libro, è che questa globalizzazione era l’orientamento in cui c’eravamo già incamminati da tempo. Per anni abbiamo parlato di una situazione di sempre maggior marginalità delle persone con una protezione internazionale, abbiamo denunciato come politiche securitarie ed escludenti hanno reso la vita dei rifugiati sempre più precaria. La pandemia non ha fatto altro che rendere evidente tutto questo, ha reso visibili gli invisibili, estremizzando la loro condizione. La pandemia ha creato delle condizioni nuove dalle quali si può uscire, come dice spesso Papa Francesco, o migliori o peggiori. Il che significa anche possiamo rafforzare questa indifferenza o, viceversa, possiamo orientarci in una direzione diversa, soprattutto sulle questioni migratorie, che faccia dell’Europa e del mondo intero, un mondo più accogliente per tutti, affrontando le questioni migratorie nella loro complessità. Noi lo diciamo spesso: quello migratorio è un fenomeno complesso e va assunto e gestito nella sua complessità. A partire dal diritto a restare nei propri Paesi di provenienza, di vivere degnamente nel proprio Paese, a essere garantito nel viaggio che porta in un altro Paese e all’integrazione nel Paese nel quale si arriva. Tappe di fenomeni complessi che vanno gestiti a livello nazionale e internazionale con lungimiranza, per uscire da questa indifferenza che rischia di essere la via in cui, uscendo dalla pandemia, ci indirizziamo ulteriormente. Assumere un atteggiamento inclusivo, compassionevole e accogliente ci può mettere al riparo da un declino non solo morale ma di umanità, perché non si tratta solo di migranti.

Lei parla di un nuovo rapporto di cooperazione con il Sud del Mondo, a partire dai Paesi della sponda Sud del Mediterraneo e dell’Africa. Ma come si concilia questo approccio con quello di una Europa che continua invece a sostenere e finanziare gendarmi delle proprie frontiere esterne, come la Turchia di Erdogan, e a dare soldi e credito alla Guardia costiera libica, responsabile di crimini accertati contro i migranti?
Questa è una delle questioni dirimenti. Innanzitutto, il problema della difficoltà dell’Europa ad avere una politica estera comune. E poi di avere dei rapporti con Stati, soprattutto quelli che sono sulle frontiere, come dei controllori dei flussi migratori. Mentre io ritengo, invece, che la politica estera europea, soprattutto con i paesi dell’Africa, debba andare in una direzione altra rispetto al rafforzamento dei controlli per impedire l’uscita delle persone dai Paesi.

E quale sarebbe la direzione giusta da intraprendere?
Puntare su investimenti, che siano investimenti in infrastrutture, che restituiscano dignità alle persone nei loro Paesi di origine. Se ne è parlato nel summit di Parigi. Il presidente Macron ha indicato lo stanziamento di denaro per far crescere questi paesi. Occorre un investimento corale e che sia libero dagli interessi dei singoli paesi sull’Africa nel suo insieme.

Continua ad essere impedito alle navi delle Ong di salvare vite nel Mediterraneo e si sottopongono a intercettazioni telefoniche giornalisti che non si accontentano di verità di comodo su ciò che di terribile avviene in mare e nei lager libici. Padre Ripamonti, chi è perché ha paura di questi testimoni scomodi?
Noi, come Centro Astalli, lo abbiamo detto tante volte: impedire i salvataggi in mare, non soltanto ha un effetto deleterio sul fatto che le rotte diventino molto più pericolose. Non dimentichiamo che la rotta del Mediterraneo centrale è una delle più pericolose, come dimostra il numero molto elevato di morti. Ma non è solo questo…

E cos’altro ancora?
Non essendoci osservatori o comunque presenze esterne, il rischio è che non si sappia cosa sta succedendo nel Mediterraneo. È importante garantire la presenza di queste Ong e favorire la cooperazione da parte delle Ong con gli organismi istituzionali, perché questo fa bene a tutti. È anche un elemento di salvaguardia dei diritti delle persone, soprattutto in mare come salvaguardia della vita delle persone.

È di questi giorni, di queste ore, la tragedia degli oltre 8mila migranti, tantissimi i bambini, respinti a Ceuta dall’esercito spagnolo. Cosa racconta questa triste vicenda?
Racconta che la vera emergenza da affrontare è quella in cui si trovano i migranti che cercano di arrivare in Europa. È evidente anche da ciò che sta avvenendo a Ceuta in queste ore che le politiche di esternalizzazione dell’Europa sono inadeguate e questa ennesima situazione dimostra quanto siano fallimentari. È ora di un cambio vero rispetto alla linea seguita dall’Europa negli ultimi vent’anni. Dal Processo di Rabat nel 2006 è stato un muro dopo l’altro, secondo una politica migratoria che non mette al centro la vita e i diritti delle persone, ma tutti i sistemi possibili per fare in modo che i migranti non arrivino in Europa. Serve un radicale cambio di prospettiva: si attivino immediatamente vie legali d’ingresso attraverso il reinsediamento e canali umanitari, una ripartizione equa dei migranti tra tutti i Paesi dell’Unione che avvenga con un meccanismo obbligatorio che impegni ciascuno a fare la propria parte.

Padre Ripamonti, l’umanità sta morendo nel Mediterraneo?
Io credo che questa possibilità purtroppo ci sia. Negli anni abbiamo assistito a varie tragedie nel Mediterraneo che hanno determinato un sussulto da parte dell’opinione pubblica. Ma a quello si è rimasti. Il sussulto per le tante vite spezzate in mare o sulle rotte di terra non ha poi determinato dei cambi effettivi delle politiche. Se non facciamo quel passo, cioè quello di cambiare le politiche, rischiamo di perdere nel Mediterraneo la nostra umanità.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.