Caro Luigi, caro Enrico… Uno scambio di lettere tra Manconi e Letta riapre il dibattito a sinistra sulla centralità dei migranti, degli ultimi tra gli ultimi. La sinistra se vuole rinascere deve ripartire da qui. Deve ripartire, ha scritto Luigi Manconi, da quello che sta accadendo nel Mediterraneo. La lettera, scritta su il quotidiano La Repubblica, ha proposto, come racconta lo stesso Manconi su Facebook «di iniziare il percorso congressuale del partito al porto di Catania, dove “la neo lingua” del neo governo parla di “sbarchi selettivi”. Perché lì in gioco c’è un principio essenziale che, prima ancora che ai progressisti, dovrebbe essere caro a tutti i democratici. Ovvero il principio del soccorso in mare, come diritto irrinunciabile e fondamento dell’intero sistema dei diritti universali della persona. Far nascere il nuovo Pd sulle banchine del porto di Catania può essere un’importante occasione, come si dice, “identitaria”, sottraendo questo termine all’abuso stucchevole che se ne fa oggi e dandogli un significato profondo. Insomma, il Pd – chiude l’ex senatore – e il suo segretario dalla parte di quei poveri cristi che, fino a ieri, sono stati sottoposti alla pratica disumana di una selezione che diceva: tu sì, tu no».

L’appello questa volta non è caduto nel vuoto. Il segretario uscente – ma poi perché si è dimesso? – ha infatti rilanciato. «Ha ragione Luigi Manconi su la Repubblica: dal porto di Catania – al fianco di chi ha lasciato tutto per il diritto a una esistenza dignitosa – passano oggi le ragioni più profonde dell’identità della sinistra italiana. È per questo che il Partito Democratico è lì da giorni. Ed è per questo che continueremo ad esserci, anche se non porta consenso, anche se in passato sono stati commessi errori, di prospettiva o di inazione. Noi siamo quelli di Mare Nostrum, siamo quelli che si sono battuti per abolire i decreti Salvini, siamo quelli che in Europa con più forza e più argomenti reclamano responsabilità condivise e solidarietà. Noi siamo quelli – conclude Letta – che giudicano la selezione dei disperati una aberrazione e uno schiaffo alla civiltà e allo Stato di diritto».

Il segretario dem indica una nuova strada che fa chiarezza su anni di ambiguità e di tentennamenti. E usa una parola che a sinistra fa paura: identità. Identità della sinistra italiana, cioè un consenso che si costruisce non a colpi di sondaggi, né di populismo, ma facendo quello che dovrebbe fare la sinistra: stare dalla parte di chi soffre, di chi ha di meno, di chi spera in un futuro migliore. Già nei giorni scorsi, davanti alla decisione del governo di fare la selezione dei migranti, il segretario dem aveva usato parole molto dure: «Un utilizzo politico becero e barbaro dei drammi di donne, uomini, bambini inermi». «Il carico residuale e lo sbarco selettivo» sono «un linguaggio inaccettabile per scelte a Catania ancor più inaccettabili, contrarie ai principi di umanità e alle regole internazionali». E ha parlato di «fatto gravissimo» a cui «stiamo reagendo e reagiremo con la massima determinazione». Nelle stesse ora Giuseppe Conte prendeva tempo e, solo dopo essere stato tirato per la giacchetta, si è sforzato nel definire il dramma dei profughi a causa delle politiche del governo come «vuoto slogan per ingannare i cittadini».

Non è forse un caso che gli ultimi sondaggi – Swg e Ghisleri – parlino di un sorpasso del Pd da parte dei Cinque stelle. Se sui migranti si fa finta di nulla, se si volta la faccia dall’altra parte è molto probabile che il consenso cresca. Anni e anni di campagne stampa e politiche contro i migranti fanno sì che il tema susciti paure, egoismi, vero e proprio odio. Che cosa deve fare la sinistra? Hanno detto bene Manconi e Letta: non si devono girare dall’altra parte, anzi devono ripartire da lì. Forse si tratta di una traversata nel deserto, che potrebbe provocare anche una iniziale perdita di consenso, ma la strada è quella, è quella di una sinistra che davanti a fenomeni globali che ci investono sempre di più sta dalla parte dell’umanità. Sta dalla parte di chi soffre. La strada invece scelta da Conte – quella delle urla e del consenso – forse può funzionare nell’immediato ma porta dalla parte opposta: un populismo di stampo nazionalistico che nel Conte Uno ha già prodotto molti, troppi disastri.

Ora lo scontro si è spostato anche sul piano delle istituzioni europee: le parole molto dure della Francia che accusa l’Italia di non aver rispettato le regole europee, Italia che peraltro riceve tanti soldi per affrontare l’emergenza, ci dicono che in gioco ci sono anche i rapporti con quell’Europa fondamentale per la tenuta democratica e per uscire dalla crisi. Meloni se lo ricorda solo quando non sa che cosa fare per affrontare il caro bollette, per far fronte alla povertà che diventa sempre più diffusa e pressante. Usa i migranti per distrarre, per attirare su di loro l’odio degli italiani. Su questo non ci possono essere ambiguità, non ci possono esser giudizi che non prendano posizione. Questa volta Letta è stato chiaro: la selezione operata dal governo Meloni è un’aberrazione. Bisogna partire da qui per ridefinire il Dna della sinistra, mettendo in agenda al più presto anche il contrasto dei patti con la Libia, altra aberrazione che purtroppo il Pd ha avallato. Ora lo scambio tra Manconi e Letta parla di una svolta, che non può evitare di toccare anche la questione del garantismo. Il nostro amico Manconi lo sa benissimo come i temi siano collegati e come le Ong siano state le prime vittime della tenaglia giustizialista. Il congresso che ha come faro i migranti non potrà che discutere anche di carcere e di una giustizia giusta. Strada lunga e difficile, certo. Ma finalmente si vede una luce in fondo al tunnel.

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Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica