Il 30 marzo 1950, a Milano, viene fondata la Federazione Italiana dei Metalmeccanici della Cisl.  Vittorio Foa, tanti anni fa a Formia, disse: «La Fim è una bellissima organizzazione perché sa di essere condannata a pensare». Questo è vero se si pensa che siamo usciti dalla gloriosa stagione unitaria della Flm degli anni 80 non facendo leva su ideologie o appartenenze partitiche ma puntando sulle persone, sugli attivisti (non a caso non li chiamiamo militanti), realizzando il nostro centro di studi e scuola quadri di Amelia (TR), il famoso Romitorio, attivissima in questi anni e che ha ospitato gli insegnamenti di illustri intellettuali italiani, come Federico Caffè, che hanno dato nuova spinta e una solida preparazione a generazioni di “fimmini”.

La Fim nasce nel difficile contesto degli anni 50, le cui tensioni internazionali erano trasposte all’interno dei movimenti dei lavoratori ma conservando la sua autonomia e identità, senza mai perdere di vista l’obiettivo: preservare il sindacato come luogo e strumento di rappresentanza degli interessi e delle aspirazioni dei lavoratori. Venne fondata da una Commissione paritetica dei rappresentanti della Fillm (Federazione dei liberi lavoratori metalmeccanici) e del Silm (Sindacato dei lavoratori metalmeccanici), i due sindacati metalmeccanici nati dalla scissione sindacale del 1948 e usciti dalla Fiom che, fino al 1948, era stata la sigla unitaria del sindacato metalmeccanico aderente alla Cgil anch’essa, fino ad allora, sigla unitaria del sindacato promosso nel giugno 1944 dalle forze antifasciste nel Patto di Roma.

La prima era la categoria che faceva parte della Libera Cgil, la componente sindacale cristiana che nel 1948 era uscita dalla Cgil unitaria, ormai egemonizzata dalla componente socialcomunista, perché non disponibile a usare il sindacato come arma politica di opposizione; la seconda era parte della Fil (Federazione italiana del lavoro), a dominante socialdemocratica e repubblicana, uscita qualche mese dopo dalla Cgil unitaria per le stesse ragioni.

Decisero all’unanimità di mettere insieme le proprie forze per costituire un unico sindacato dei metalmeccanici che prese il nome di Fim (Federazione italiana dei metalmeccanici) la cui nascita fu accompagnata da quella del suo giornale, il Ragguaglio. Di lì a un mese, il 30 aprile, a Roma, nel teatro Adriano, si sarebbe costituita formalmente la già nata Cisl, erede della Lcgil e di parte della Fil (l’altra parte avrebbe costituito la Uil nello stesso anno).

Dalla Fim negli anni 60 partirono le spinte più forti al rinnovamento sindacale, con la battaglia per l’autonomia e l’incompatibilità tra incarichi sindacali e politici, proponendo una strategia contrattuale innovativa, la contrattazione articolata, più vicina alle persone, il contratto “aziendale” o “integrativo”, che noi non chiamiamo “di secondo livello” proprio perché non meno importante del primo. Un’impostazione fedele all’indicazione di Giulio Pastore per cui la democrazia sostanziale vive in azienda grazie alla contrattazione e alla partecipazione dei lavoratori che consente di incidere e promuovere la solidarietà nel mercato.

All’autunno caldo la Fim contribuì con questa sua capacità di utilizzare la partecipazione come fine e come strumento di crescita culturale arricchita dal pluralismo di idee e di stili che hanno sempre trovato nella formazione l’antidoto per sfuggire al conformismo e all’autoreferenzialità. Certo, anche oggi, almeno nella nostra categoria, tocca spesso scontrarsi con atteggiamenti che a volte hanno assunto toni prevaricatori ma senza mai perdere la vocazione alla sperimentazione e al confronto.