Divide, come sempre, il Mes. La scelta del commissario alla Sanità per la Calabria. E il fatto che il Movimento ha ricominciato ad alzare paletti e pretese perché non si fidano di questo Pd che chiede appena può di «migliorare la squadra di governo dopo l’approvazione della legge di bilancio» (cit. Goffredo Bettini martedì sera). Poi c’è il Covid, i morti, sempre troppi, il dilemma sulle piste di sci aperte o chiuse, la Messa di Natale e il cenone, con chi e con quanti. C’è tutto questo nelle complesse giornate del premier Conte che ha pure problemi di sensibilità alle corde vocali e tiene l’Italia col fiato sospeso se in tv tossisce.

Ma il vero rovello del premier restano gli 007 di cui infatti tiene rigorosamente la delega fin dall’inizio del mandato. La passione per l’intelligence era in parte nota visto i tentativi – ben due in pochi mesi – di normare con decreto attività tecniche che tradizione vuole siano condivise da tutte le forze politiche. La prima, la proroga degli incarichi fino a 8 anni, è passata con un decreto Covid tra mille polemiche. La seconda, la nascita di una terza agenzia per la cybersicurezza, è stata stralciata dieci giorni fa dalla legge di Bilancio su richiesta del Pd e delle opposizioni. Ma se la notte scorsa il Consiglio dei ministri ha fatto fumata nera sul commissario per la Calabria e continua a trascinare il dossier del Mes, la colpa è del mancato accordo sulle nomine per i quattro posti vacanti ormai da un paio di mesi presso le tre agenzie di intelligence.

Il premier l’ha spuntata – e il Pd gliel’ha fatta passare – sul fidatissimo Gennaro Vecchione: il direttore del Dis (Dipartimento di informazione e sicurezza, la cabina di regia di Aisi e Aise) nominato a settembre 2018 per due anni, era “scaduto” da un paio di mesi. Vecchione è stato “riconfermato” per due anni. In realtà sarebbe stato possibile anche per quattro proprio grazie alla modifica introdotta a settembre. Niente da fare invece sui quattro posti vacanti, tutti di vice: al Dis; due posti all’Aise (in pole Massagli, Valente, Tedeschi) e uno all’Aisi (in pole De Donno e Aimola). Il tavolo salta infatti ogni volta che il premier torna alla carica – non è la prima volta – per “promuovere” Marco Mancini, un suo pupillo che contrasta però con i dubbi del Quirinale e dello stesso Pd.

Martedì notte Conte ha interrotto il Consiglio dei ministri per oltre due ore per risolvere una volta per tutte il dossier 007. Ma di nuovo è arrivata la fumata nera. Mancini è un nome noto alle cronache: in passato è stato a capo del controspionaggio del Sismi, erano gli anni degli italiani rapiti in Afghanistan e in Iraq, gli anni in cui fu ucciso dal fuoco amico americano Nicola Calipari che aveva appena liberato Giuliana Sgrena. Gli anni delle rendition e di Abu Omar. Mancini è stato coinvolto in due inchieste giudiziarie, il rapimento di Abu Omar e l’affaire Telecom. Entrambi i processi si sono conclusi tra il 2012 e il 2013 con la caduta delle accuse a suo carico in nome del segreto di Stato. Da allora Mancini (in forza al Dis) cerca il riscatto. Conte lo apprezza e lo vorrebbe come vice di Vecchione. Oppure anche alla guida della nuova agenzia per la cybersicurezza. E però ogni volta il premier resta solo nella sua battaglia.

Questo dossier pesa molto più di quel che sembra nella tenuta della maggioranza. I 5 Stelle sono, manco a dirlo, i primi fan di Mancini. Un suo assoluto supporter è il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo. Nel Pd invece ci sono più dubbi che certezze. Anche l’altra notte si è dunque riproposto il muro contro muro. E ne ha pagato poi le conseguenze anche la Calabria ancora senza commissario. A mezzanotte, quando sono ripresi i lavori del Cdm, il problema era che per i 5 Stelle Narciso Mostarda, candidato del Pd, era diventato “un uomo di Zingaretti” solo perché viene da un Asl di Roma.

Il segretario si è parecchio risentito e ha ritirato il nome. A quel punto il Pd ha fatto saltare il candidato dei 5 Stelle, l’ex prefetto Luigi Varratta con esperienze pregresse in Calabria in alcune Asl. Vite e carriere brillanti che finiscono nel tritacarne delle rivendicazioni di parti della stessa maggioranza. Non è così che dovrebbe funzionare una coalizione. Perché poi i nervi erano già a fior di pelle dopo che nel pomeriggio il Pd e Leu, il ministro Speranza in persona, si sono beccati da Conte un altro clamoroso no sui 36 miliardi del Mes.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.