“Con la morte di Joseph abbiamo visto morire il futuro: siamo chiamati alla sfida di una nuova umanità”. Tra le tante parole di cordoglio ha twittato così l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice sul tragico naufragio davanti alle coste libiche che lo scorso 11 novembre ha visto la ONG Open Arms soccorrere centinaia di migranti e testimoniare, purtroppo, la morte di alcuni di essi, tra cui il piccolo Joseph di soli sei mesi. Nessuno riporterà in vita il neonato della Guinea né ripagherà la madre del dolore causato da un lutto così traumatico, ma quella sfida per una nuova umanità che l’arcivescovo invoca può essere colta adesso, oggi, attraverso pochi ma importanti passi. Come Radicali abbiamo scritto ai parlamentari per chiedere maggiore coraggio sul tema dell’immigrazione e per comunicare tre proposte di modifica al recente decreto legge. Abbiamo voluto sensibilizzare gli onorevoli su cittadinanza, integrazione e salvataggio delle vite in mare: tre passi avanti – così si chiama l’appello – che si possono e devono compiere nel pieno rispetto del diritto internazionale.

Agli onorevoli abbiamo chiesto di ridurre a un anno il tempo massimo per la risposta alle istanze di cittadinanza, di superare i Centri di accoglienza straordinari (CAS), di rendere da subito disponibili per i richiedenti asilo i servizi per l’integrazione e l’inclusione lavorativa e, infine, di eliminare del tutto la possibilità di multare le navi delle Organizzazioni Non Governative. L’approvazione, lo scorso ottobre, del nuovo decreto immigrazione è stata senz’altro una vittoria democratica nella direzione dei diritti dei migranti, ben distante dai “porti chiusi” dell’ex Ministro Salvini, ma alcuni nodi cruciali restano irrisolti e sono ancora tante le navi delle ONG sottoposte a fermi amministrativi nei porti italiani. Chi salva vite in mare non può essere criminalizzato con accuse, mai provate, di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina o di associazione per delinquere finalizzata al traffico di essere umani.

Così come non possono essere criminalizzati le donne, gli uomini e i loro figli, che lasciano la patria per un futuro più dignitoso. Servono ancora tre passi in avanti, quindi, tre modifiche al decreto che, di fatto, fotografano una realtà già in atto e davanti ai nostri occhi: i cittadini migranti chiedono legalità e integrazione, le ONG salvano vite in mare, certo, ma sono anche  risorse ad ampio raggio tanto che i loro equipaggi sono stati interpellati recentemente anche per integrare gli aiuti nell’emergenza covid. Parliamo di solidarietà a tutto campo, quella che secondo Stefano Rodotà non è un sentimento ma un diritto. Ci auguriamo che le nostre proposte di modifica vengano prese in considerazione nell’iter di conversione del decreto, con un atto di responsabilità istituzionale che vada oltre le mere dichiarazioni d’intenti. I tempi sono maturi e non possiamo attendere altre tragedie. Ma non solo: ribadiamo la necessità di una riforma organica del sistema di gestione del fenomeno migratorio.

Nel 2017, con la campagna “Ero Straniero”, abbiamo raccolto oltre 90.000 firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che permette di andare finalmente oltre il sistema fallimentare della Bossi-Fini, a partire dall’introduzione di adeguati canali di ingresso per il lavoro e dall’inserimento attivo nella società della popolazione straniera residente nel nostro Paese. Crediamo che sia arrivato il momento di discuterne per davvero e di approvare Ero Straniero. Non possiamo più permetterci di condannare migliaia di persone all’illegalità. Rivolgiamo lo sguardo al futuro e garantiamo legalità, sicurezza e una nuova umanità.