Prima dell’emergenza Covid un processo penale a Napoli durava mediamente 1560 giorni, poco più di quattro anni. I mesi del lockdown e la lenta ripresa nell’attuale fase 2 hanno determinato una serie di rinvii che finiranno per incidere sulla durata dei processi. Celebrando in media una trentina di udienze al giorno fra quelle dinanzi al gip, al tribunale, Riesame e Corte di Appello il ritmo è ancora lento. Secondo i dati forniti dall’Osservatorio delle Camere penali italiane vengono trattati tra il 20% e il 25% dei processi iscritti. E i tempi dei rinvii sono in genere fissati tra settembre 2020 e gennaio 2021. Tra il 12 e il 15 maggio, vale a dire nei primi quattro giorni della cosiddetta fase 2, al Palazzo di giustizia di Napoli si sono celebrate 90 udienze davanti alla Corte di Appello e circa 230 udienze fra Tribunale (quindi processi di primo grado), udienze preliminari e riti abbreviati, udienze al Riesame e alla sezione Misure di prevenzione.

Numeri che fanno lanciare ai penalisti l’allarme: “La giustizia è in stallo” afferma Ermanno Carnevale, presidente della Camera penale di Napoli. Il dato è nazionale, ma a Napoli, dove numeri e mole dei processi sono più elevati che altrove, se i rinvii saranno di tanto superiori alle udienze celebrate si arriverà primo o poi ad avere un carico di procedimenti pendenti notevolmente e preoccupantemente lievitato. Tanto da domandarsi di questo passo quanto durerà un processo? “Il tema della ragionevole durata del processo è un tema su cui noi abbiamo lungamente ragionato e riflettuto in concomitanza della lunghissima battaglia, che la vicenda Covid ha solo temporaneamente sospeso, rispetto all’entrata in vigore della norma che ha abrogato la prescrizione dopo la pronuncia del primo grado – spiega l’avvocato Carnevale – Ed è una riflessione che riguarda il dato che lo Stato deve esercitare la potestà punitiva in un tempo ragionevole”. In epoca di Covid la situazione si presta ad essere vista anche da una nuova prospettiva. “Oggi ci troviamo con il tema parallelo della giustizia che non sembra un servizio pubblico essenziale e riprende più lentamente di altri settori – osserva il presidente della Camera penale napoletana – Per questo l’Unione Camere penali italiane ha portato i dati all’attenzione del ministro. L’iniziativa politica delle Camere penali italiane è un intervento per chiedere chiarezza al di là di questa sorta di federalismo giudiziario che si è prodotto e ottenere che venga risolto il problema dell’accesso alle cancellerie”.

Carnevale ribadisce l’importanza di una interlocuzione, a livello locale con i capi degli uffici giudiziari e a livello nazionale con il ministro Bonafede. I penalisti chiedono di rimodulare le linee guida, aumentare il numero di udienze, “pur nel rispetto del distanziamento e di tutte le norme di sicurezza”, con l’obiettivo di tornare gradualmente alla normalità e, perché no, fare uno sforzo ulteriore “provando a trasformare questa crisi in un’occasione per ragionare su un nuovo modello di organizzazione condiviso” propone Carnevale. “L’epidemia ha solo concentrato e mostrato tutti i problemi dell’ufficio giudiziario, del resto più volte segnalati dalla Camera Penale di Napoli, dal Coa e dagli stessi vertici degli uffici nel corso degli anni. La gestione degli uffici giudiziari – commenta l’avvocato Giorgio Varano, responsabile della comunicazione dell’Unione camere penali – richiede anche delle competenze gestionali che non sono innate e che non discendono dalla funzione, come del resto si è visto a Napoli e non solo, non a caso tra le ipotesi di riforma della magistratura è previsto l’obbligo di corsi di formazione in tal senso per chi aspira a dirigere gli uffici giudiziari”. “L’avvocatura napoletana in questo momento deve mostrarsi unita – aggiunge – Ci vuole uno sforzo comune nel proporre idee e soluzioni originali, in questo momento dobbiamo essere tutti soldati semplici, dobbiamo collaborare con umiltà e senza vanità con chi deve interloquire con i vertici degli uffici giudiziari”.