L'editoriale
Trump, l’America e il rapporto con l’Italia: dall’estasi alla brusca frenata
Che cos’è il male americano? Non è, come pensano di intuire alcuni, la definizione patologica dello Stato di sudditanza con l’impero americano che noi paese “sconfitto” con la “qualifica di ex nemico” nella definizione degasperiana seguitiamo a trascinarci sulle spalle. Ma è qualcosa di ben più ampio e fondamentalmente non declinabile in una formula univoca per tutti. In fondo il rapporto con l’America è vario, ampio, spesso per tanti anche conflittuale, e molto più spesso “ipocrita”, come gli anni ‘60 dello scorso secolo hanno ampiamente dimostrato. Noi siamo impregnati d’America e l’America impregnata di noi, o meglio di ciò che eravamo, e ciò che essa ha sempre pensato di essere oggi: la nuova Roma. Senza dichiararlo ma praticandolo nella quotidianità, nella realizzazione e istituzionalizzazione di quell’imperium che per decenni è stato contrapposto ad un altro impero che – quello sì – incarnava il “male” del comunismo, dei nemici della democrazia.
La vittoria del capitalismo
Alla fine l’impero americano ha vinto e dopo una breve illusione, quella de “la fine della storia”, il mondo nuovo non è altro che l’apertura di un nuovo ciclo, di una nuova stagione degli imperi, e così anche gli Stati Uniti sono chiamati a ripensare loro stessi. Con la fine della guerra fredda e la vittoria del capitalismo, per tutti – compresi coloro che gli Stati Uniti li hanno sempre osteggiati e demonizzati – quel modello è divenuto l’unico a cui votarsi. Da lì persino una certa sinistra ha preferito archiviare i modelli cubani per i Kennedy e la sinistra americana si è trasformata nel modello migliore a cui guardare nella nuova fase di trasformazione, con Marx archiviato e sostituito con Keynes e la Nep con il New Deal. A destra la relazione è stata sempre più lineare, meno conflittuale, e questo ha reso il rapporto con gli yankees una relazione politica naturale. Con la seconda repubblica per il nuovo centro destra italiano è stato più che naturale guardare al mondo repubblicano, prima come interlocutore privilegiato, poi con la tessitura di un vero e proprio filo diretto, una piattaforma comune in cui elaborare un programma politico per affrontare le sfide di oggi.
L’estasi e la brusca frenata
La vittoria di Trump, il rapporto “speciale” con Meloni hanno portato l’ottimismo al livello di pura estasi per subire poi una brusca frenata. Dove si è interrotto l’idillio? Sotto le “Mura Petrine”, in quell’incrocio di sfumature che Donald Trump non avrebbe potuto capire. Perché la destra italiana – in fondo l’Italia intera – è Guelfa, non Ghibellina, e lui attaccando Leone XIV – che non è Francesco – ha spostato le sue prerogative “imperiali” oltre la soglia consentita. Ha messo i conservatori italiani dinanzi ad una scelta obbligata. Perché il difetto di Trump è quello di non capire che gli alleati non li puoi solo bistrattare, o criticare, a volte li devi se non coccolare o assecondare per lo meno capire, perché ogni realtà è diversa e necessita di particolari sensibilità politiche.
La guerra in Iran ha prodotto un mal d’America a destra più che a sinistra, perché è stata l’interruzione brusca di un idillio, del disegno perfetto, persino insperato (e in cui molti sperano ancora). E in fondo se è vero che la speranza è l’ultima a morire è pur sempre vero che quello americano è un sogno che ha colpito tutti, in forme diverse, ma ha penetrato così profondamente tutti noi che facciamo persino fatica ad immaginarci senza. Non sarà forse questo mal d’America una delusione che ormai unisce tutti?
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