L'intervista
“Ecco gli errori compiuti da Trump”, parla il consigliere americano John Bolton
L’ex funzionario del Dipartimento di Stato, Rappresentante Permanente all’Onu e Consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, è tra le figure dalla maggior caratura da intervistare sui potenziali scenari futuri della guerra mediorientale e della politica interna americana.
Ambasciatore, come valuta l’evoluzione della guerra con l’Iran?
«Sul piano militare credo stia andando molto bene. Il problema è che Trump non ha chiarito quali siano i suoi obiettivi politici. Ad un certo punto ho pensato che il fine ultimo fosse il cambio di regime. Ora non ne sono più sicuro ed è evidente che la situazione si sia complicata per il tentativo dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz. Nella fase attuale, la situazione è ancora molto incerta come le sue prospettive. Ritengo che ciò sia conseguente alla mancata spiegazione da parte di Trump al popolo americano delle ragioni per cui ha iniziato la guerra, fattore che non ha preparato l’opinione pubblica finendo per compromettere la costruzione del consenso attorno alla campagna bellica. Inoltre, il presidente prima di iniziare le operazioni non ha avvisato il Congresso e ha omesso le consultazioni con gli alleati, non soltanto della NATO, ma anche tra i partner del Golfo Persico e dell’Asia. Tuttavia, c’è un aspetto ancor più grave».
Quale?
«Trump ha iniziato la guerra senza consultare approfonditamente l’opposizione interna iraniana, per comprendere come valutasse la situazione e fosse disposta – soprattutto in che termini – a collaborare con gli Stati Uniti una volta iniziate le ostilità. Si tratta di una serie di errori che hanno solo favorito il regime degli ayatollah».
Una soluzione diplomatica del conflitto potrebbe realmente avvenire oppure i negoziati sono una manovra d’inganno?
«Nonostante i duri colpi subiti, non credo che il regime sia cambiato affatto. Alcune figure vicine alla precedente Guida Suprema restano tuttora al potere. Il regime iraniano, poi, non è soltanto composto da figure temibili, piuttosto la sua minaccia principale è nell’ideologia radicale che promuove. Ritengo che arrivare a una soluzione diplomatica soddisfacente per gli interessi americani e dei nemici della Repubblica Islamica sia improbabile».
Quale futuro prevede nei rapporti tra Stati Uniti ed Israele?
«Israele ha storicamente desiderato e cercato un cambio di regime in Iran. Credo che questo sia sempre stato il suo obiettivo principale. Oltre al regime change a Teheran, c’è un obiettivo subordinato nel campo israeliano: distruggere Hezbollah in Libano e i proxy della teocrazia ovunque in Medio Oriente. Nemmeno questo, ad ora, è stato conseguito».
In che modo l’esito della guerra influirà sul futuro della politica americana?
«Credo che Trump sia molto preoccupato dalle conseguenze politiche del conflitto perché, non avendo motivato la guerra al popolo americano, ha fatto sì che quest’ultimo la giudichi negativamente ed esprima contrarietà verso la sua prosecuzione. Gli effetti duri del conflitto non si traducono automaticamente in una perdita di voti, tuttavia teme che le conseguenze sull’economia — ad esempio, prezzi più alti per la benzina e maggiori costi alimentari — possano rafforzare le critiche dei democratici sulla compromissione di quella che definiscono accessibilità economica. Inoltre, Trump è preoccupato per come il conflitto possa impattare sull’esito delle elezioni di Midterm di novembre».
È già in corso una lotta per succedere a Trump nel Partito Repubblicano?
«Sì, credo che sia già iniziata. Basta guardare alla corsa presidenziale del 2028: ovviamente Vance si candiderà. Direi che oggi quasi tutti pensano che anche Marco Rubio correrà, così come molti altri. Ad esempio, Ted Cruz dal Texas, Tom Cotton dall’Arkansas, Glenn Youngkin, ex governatore della Virginia, forse Ron DeSantis dalla Florida, Mike Pence dall’Indiana, tra l’altro ex vicepresidente di Trump nel primo mandato. Questo dimostra la fluidità della situazione politica repubblicana nel post Trump. Ha dominato così tanto la scena pubblica e decisionale da asfissiare ed oscurare politicamente tutti gli altri. Tuttavia, si osservano i primi segnali di cambiamento. Data l’alta probabilità che i repubblicani perdano la Camera dei Rappresentanti a novembre e forse anche il Senato, la successiva corsa per la nomination presidenziale del 2028 diventerà ancor più importante e tesa».
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