«Questa è la democratizzazione della pace. Netanyahu potrebbe esagerare l’enormità del risultato storico, anche se le sue motivazioni sono comprensibili, ma non (solo) perché è un fabulista, ma soprattutto perché questa mossa strategica ha messo in luce la completa dipendenza di Israele dagli Stati Uniti. Non è nata per una visione strategica di ampio respiro nell’ufficio del Primo Ministro a Gerusalemme, ma per il desiderio dell’attuale amministrazione di Washington di vendere aerei da guerra agli Emirati Arabi Uniti e di godere di un po’ di prestigio diplomatico prima delle elezioni presidenziali. L’evento di oggi (ieri per chi legge, ndr) rappresenta la celebrazione di Trump, che orchestrerà l’accordo tra Israele e i Paesi arabi che il suo predecessore Barack Obama non è mai riuscito a raggiungere. Ciò non toglie che questo non sminuisca il risultato, e se un giorno ci libereranno dall’isolamento che la fallita politica interna di Netanyahu ha causato, potremo penzolare i piedi nelle acque del Golfo e godere dei frutti della sua politica estera».

Aluf Benn, direttore di Haaretz, uno dei più letti e autorevoli quotidiani d’Israele, sintetizza così per Il Riformista il segno politico di quanto è accaduto ieri alla Casa Bianca. Può piacere o no, ma la firma di questi accordi, che siano “storici” sarà il tempo e gli accadimenti futuri a sancirlo, è un successo di The Donald e dei suoi più stretti collaboratori in politica estera, a cominciare dal genero-consigliere Jared Kushner. Altri Stati potranno seguire l’esempio spinti dall’amministrazione Trump, a cominciare dall’Arabia Saudita, guardiano dei luoghi sacri dell’Islam e diventata la principale potenza sunnita dopo l’eclisse egiziana. Per il momento il vecchio re Salman non vuole compiere questo passo finché Israele non accetterà il piano di pace con i palestinesi proposto da Riad nel 2002. Ma non è detto che il principe ereditario Mohamed bin Salman, in attesa del suo momento, abbia le stesse riserve del padre.

Alla fine anche i palestinesi «arriveranno a un punto in cui vorranno unirsi all’accordo di pace» con Israele, dopo l’adesione di altri Stati arabi. The Donald non ha dubbi in proposito e lo ribadisce in una intervista a Fox News alla vigilia della firma degli “accordi di Abramo” di Israele con Emirati Arabi e Bahrein. «Avremo la pace in Medio Oriente senza queste stupidaggini, questo sparare a tutti, uccidere tutti, questo spargere sangue sulla sabbia», ha aggiunto. Il tycoon è incontenibile. Nel punto stampa con Benjamin Netanyahu presso lo Studio Ovale, dichiara: «Voglio che l’Iran sia un grande paese… Farò un grande accordo con l’Iran, saranno molto ricchi», aggiungendo che questo potrebbe accadere dopo il 3 novembre, il giorno in cui gli americani voteranno per le presidenziali. Nel corso del meeting con Netanyahu, Trump ha annunciato che altri 5-6 paesi si uniranno all’accordo con Israele e «stiamo dialogando con i palestinesi, anche loro lo faranno». Israele «sta ottenendo la pace», ha detto Trump e «molti Paesi sono pronti a seguire» l’esempio degli Emirati e concordare la pace con Israele, perché «sono stanchi di combattere» e «ci sarà la pace in Medio Oriente». Il presidente Usa non ha voluto dare i nomi dei Paesi in questione (ma uno di questi dovrebbe essere quasi certamente l’Oman). Netanyahu ha dichiarato che Trump ha «a cuore il popolo di Israele».

Quella che viene celebrata nel South Lawn, è la “pax americana”. La pace di Donald Trump. L’accordo tra Emirati e Israele menzionerà la soluzione a 2 Stati come parte di riferimento ad intese precedenti. Ad affermarlo è il ministro degli Esteri degli Emirati Anwar Gargash in un briefing su Zoom, ripreso dai media israeliani. La sospensione dell’annessione di Israele di parti della Cisgiordania, ha aggiunto, metterà fine ai pericoli per questa soluzione. Per Netanyahu è l’occasione per provare a riguadagnare una parte dei punti (consensi) persi nella sciagurata gestione della crisi pandemica. Per questo ha voluto essere il solitario protagonista, da parte israeliana, della cerimonia alla Casa Bianca. La delegazione israeliana, infatti, non comprende alcun rappresentante del partito Kahol Lavan di Benny Gantz, anche se i rappresentanti del Ministero degli Esteri, guidati da Gabi Ashkenazi, membro anziano di Kahol Lavan, sono stati responsabili della stesura degli accordi tra i Paesi.

Quanto ai palestinesi, la loro reazione è durissima. In buona sintesi, si sentono colpiti dal “fuoco amico”. E ad Abu Dhabi che sostiene che grazie a quell’accordo, Israele ha dovuto fermare il piano di annessione di parti della Cisgiordania, così ribatte lo storico capo negoziatore dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) e attuale segretario generale dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) Saeb Erekat, raggiunto telefonicamente da Il Riformista nei suoi uffici di Gerico: «Di cosa dovremmo ringraziarli? – tuona Erekat –. Di aver utilizzato strumentalmente la questione palestinese per un accordo con l’occupante israeliano che con i diritti del popolo palestinese non ha nulla a che fare? E chi avrebbe dato loro il via libera per trattare a nome e per conto dei palestinesi? Vogliono giustificare la stretta di mano virtuale con Netanyahu e Trump? Lo facciano pure, se lo considerano un evento storico, ma non usino i palestinesi per giustificare l’ingiustificabile. Questo non gli è permesso». Il vero problema dei palestinesi, concordano gli analisti politici e fonti diplomatiche a Tel Aviv, è l’annessione rampante attraverso una colonizzazione che non si è mai fermata e che ormai rende impossibile la soluzione dei due Stati anche se le condizioni politiche lo permettessero.

Netanyahu prova a contendere la scena mediatica all’amico Donald. Anche lui parla di una “giornata storica”, e ai giornalisti che gli chiedono se Israele si sente isolato, risponde così: «Stiamo godendo di un successo diplomatico, le persone che si sentono isolate sono i tiranni dell’Iran». Risponde sorridendo, Netanyahu, ma a il suo è un sorriso tirato. Perché il premier più longevo nella storia d’Israele, sa che al ritorno in patria, non ci sarà un popolo in festa, ma un paese impaurito, rintanato in casa a forza. Quasi 5 mila casi in un solo giorno. Israele resta il Paese con il più alto numero di infettati al mondo per milione di abitanti. Da venerdì pomeriggio lo Stato ebraico entra nel suo secondo lockdown, la prima nazione al mondo a dover imporre un’altra quarantena totale.

Il blocco durerà tre settimane e coincide con le festività più importanti nel calendario ebraico: parte dalla sera di Rosh Hashana (il Capodanno) fino a Yom Kippur e Sukkot. Le scuole, i servizi e i trasporti pubblici, tutte le attività commerciali (esclusi supermercati e farmacie) si fermeranno, i ristoranti possono solo preparare piatti per le consegne a domicilio, gli spostamenti sono limitati a 500 metri dall’abitazione. “King Bibi” avrà pure portato a casa due “storici accordi” ma rischia di perdere la battaglia più importante, quella che potrebbe costargli la poltrona: quella contro il coronavirus.