Dieci giorni fa, dopo aver visitato nel corso del mese di agosto 5 istituti penitenziari, avevo scritto alla ministra Marta Cartabia denunciando lo stato di abbandono delle nostre carceri. Stato di abbandono sanitario e trattamentale che si traduce in concrete e sistematiche violazioni dei diritti umani inconcepibili in uno Stato di diritto che si definisce democratico. Quel che è successo ad Amra e al suo bambino è uno dei tanti degradanti esempi di ciò che avviene ogni minuto nei 189 penitenziari del nostro Paese.

Penso al Giudice che ha disposto l’arresto di una donna prossima al parto, ai responsabili del carcere che l’hanno messa in una cella, al dirigente sanitario che l’ha presa in carico: tutti sapevano, ma nessuno di loro è intervenuto per evitare l’irreparabile, cioè che un bambino nascesse tra le sbarre senza alcuna assistenza sanitaria per lui e per la madre. L’unica figura istituzionale presente è stata quella della Garante Gabriella Stramaccioni, che però non è stata ascoltata e si è dovuta fermare di fronte ad istituzioni ignave che non si fanno scrupolo di calpestare leggi e regolamenti. Già, perché per legge non può essere disposta la custodia cautelare in carcere di una donna incinta (o madre di prole di età inferiore a tre anni), salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza (art. 275, comma 4, c.p.p).

Francamente non mi pare il caso di Amra, accusata di furto, che avrebbe potuto usufruire dei domiciliari in una casa famiglia protetta come aveva proposto la Garante Stramaccioni. E, in carcere, per Amra e il suo piccolo che fine ha fatto la legge dell’Ordinamento Penitenziario che prevede che in ogni carcere femmminile devono essere in funzione servizi speciali per l’assistenza sanitaria alle gestanti e alle puerpere? Perché la ASL non ha fatto funzionare questi servizi speciali? E perché i Ministeri della Salute e della Giustizia e il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria non hanno vigilato sulla fruizione dei servizi previsti? C’è però un motivo di vergogna in più in questa vicenda ed è il trattamento riservato ai Rom.

Amra lo dice a Repubblica quasi rassegnata «non sono certo la prima e non sarò l’ultima donna rom vittima di questo sistema». Amra non lo sa ma al Governo qualcuno dovrebbe invece forse sapere che l’art. 75 dell’Ordinamento Penitenziario prevede i Consigli di Aiuto Sociale che hanno il compito di aiutare i detenuti a reinserirsi nel contesto sociale. Nelle detenzioni precedenti quante volte Amra è stata raggiunta da questi presidi? Ve lo dico io: MAI. Semplicemente perché non sono stati mai istituiti. Stato fuorilegge insisteva Marco Pannella. Concludo con un proverbio in dialetto romanesco che ripeteva spesso mia madre e che mi sembra si attagli bene al caso in questione: «Nun gode er poveraccio si nun né pe’ disgrazzia». Mi riferisco alle due detenute rom incinte che sono state finalmente scarcerate a seguito del parto di Amra in un giaciglio dietro le sbarre.