Quello che ho portato da Kyiev
Torno dalla terza missione in Ucraina (la carovana Safe Passage della ONG Mediterranea Saving Humans) con gli occhi pieni dell’orrore visto durante il cammino in direzione di Kyiev, Bucha, Irpin. La sofferenza in cui mi immergo è fatta di ricordi, immagini e video che la rendono ancora più tagliente. Bisogna avere la pazienza e il coraggio di mettersi in ascolto del punto di vista e, soprattutto, del vissuto di chi fugge dalla guerra, se vogliamo assumere come collettività una posizione giusta e chiara sul conflitto in corso.

Siamo stati cresciuti, nelle scuole e nei luoghi di aggregazione, immersi in una temperie culturale post bellica, secondo i principi della Costituzione: la guerra è il male assoluto e va respinta. Ora è martellante una contronarrazione pericolosissima: l’estetica del massacro, la mostrificazione dell’avversario, interno ed esterno, la censura. Le premesse per il disastro.

Essere pacifisti in Ucraina?
Tanta sofferenza, eppure, soprattutto in chi resta, un desiderio rabbioso di resistere, a tutti i livelli, in tutte le maglie della vita sociale, sotto le bombe. È un Paese in guerra e la guerra domina ovunque, condizionando la natura di quel che resta della società civile e dei movimenti per la pace. Spesso, nelle posizioni di questi ultimi, troviamo una sorta di doppio passo della nonviolenza: prima si respinge il nemico, poi si ricostruiscono una convivenza e una cultura della pace. Eppure, nell’incontro che abbiamo avuto con un referente della rete non violenta, risulta chiara la necessità di imprimere ora un passo etico e operativo capace di determinare l’evoluzione culturale e la futura identità nazionale ucraina: “solo con la resistenza armata, si potrebbe vincere la guerra, ma non la pace”. Il timore riguarda gli effetti profondi della militarizzazione e della cultura della sopraffazione, oltre che il rischio di perdere l’anima, di non essere più un Paese civile. “C’è una resistenza di popolo nei villaggi e in alcune città” ci ha detto un referente di una rete nonviolenta “e noi guardiamo a queste forme come fonti di una possibile convivenza futura”.

In altri settori della società, anche in ambienti religiosi, quel doppio passo si fa più evidente. Si percepisce lo sforzo di collocarsi dentro questo orizzonte culturale del pacifismo, ma digerendo la necessità di un compromesso: ora va respinto l’attacco, senza diventare ciò che si odia, certo, ma anche senza desistere. La resistenza è fatta soprattutto di violenza militare e ora abbiamo bisogno di tutti gli sforzi, anche di quelli del nostro esercito. Un doppio passo che include la forza e lo scontro come necessari, ma che, ed è qui la differenza con le altre posizioni più estreme e ufficiali, “servirà per negoziare”. La vittoria, qui, passa per una conferenza internazionale di pace, per l’intromissione di un soggetto terzo capace di mediare e trovare soluzioni condivise.

Verso la terza guerra mondiale
Bisogna entrare dentro, nel Paese reale, per capire che l’invasione ha semplificato il pensiero, la visione, la narrazione cui noi dobbiamo restituire la giusta complessità, se davvero vogliamo costruire la pace. È proprio l’esperienza diretta sul campo, la comprensione della divisione sanguigna tra un noi e un voi, l’irruzione e lo strabordare di sentimenti estremi, radicali e nazionalistici che mi convince, ogni giorno con più forza, che urge l’intervento di una terza potenza in grado di fermare l’orrore e l’escalation. Le parole, quando prendono il largo, quando rimbalzano senza l’argine di un tabù, diventano senso comune, mettono radici, fanno la realtà. Possono avere diversi argini, le parabole delle parole: i più potenti sono generalmente il buon senso e la paura. Ma cosa succede quando questi argini vengono a mancare? Quando politica e informazione fanno carte false per abbatterli?

“Vittoria sul campo sulla Russia” non è uno slogan da bar, non sono le parole disinformate di un avventore, sono il leit motiv della propaganda degli Stati Uniti, parole che travasano nella Nato, che entrano nelle linee redazionali delle principali testate, che determinano la politica estera e di difesa ufficiale di molti Paesi dell’Alleanza. Una propaganda che si impegna a suon di scomuniche, minacce e semplificazioni a forzare le resistenze degli italiani e degli europei di fronte all’argine fallato del buon senso e della paura. Perché quello che, banalmente, abbiamo capito tutti, o quasi tutti, è che nascosto sotto lo slogan della “sconfitta russa sul campo”, c’è lo scenario della terza guerra mondiale. Perché, banalmente, l’unico modo militarmente sensato di far tornare la Russia alla posizione antecedente al 24 febbraio è l’entrata in campo di tutte le potenze Nato: lo scenario è chiaro, no? Stiamo parlando della terza guerra mondiale, quella che, secondo il Generale Mini, è già cominciata: “Dal punto di vista operativo e considerate la natura e molteplicità delle azioni adottate contro gli avversari siamo in pieno conflitto mondiale”.

Contro il revisionismo
La società militarizzata, la retorica delle armi, la minaccia continua da parte del nemico esterno e la disumanizzazione di tale nemico stravolgono l’anima di un Paese, ci dicevano i pacifisti. Uno stravolgimento che, però, opera ora e condiziona le scelte politiche e di relazione internazionale. In Ucraina la mobilitazione civile è formidabile, coraggiosa, generosa, ma fortemente egemonizzata dalla destra estrema. Dentro la costruzione dei miti fondativi della nazione non può e non deve essere sottovalutata la presenza di veri criminali nazisti e filonazisti, come Bandera. Negarlo è un atto di revisionismo politico e storico. Ci si può e ci si deve schierare con il popolo Ucraino, ma senza cedere di un millimetro al revisionismo e alla relativizzazione del ruolo dei gruppi neofascisti. Bisogna uscire dall’angolo e passare all’attacco comunicativo. L’obiettivo è sempre lo stesso, per alcuni settori politici e dell’informazione: l’identificazione dell’Est come responsabile dei crimini dell’Ovest, anche quando questi crimini indossano l’effige delle SS. Stiamo a Ernst Nolte, in fondo, alla relativizzazione dei crimini nazisti giustificati come reazione all’espansione sovietica.

Il solito tentativo di riscrivere la Storia eliminando ogni traccia del protagonismo e del ruolo del movimento comunista e operaio (ricordiamoci che la Russia e le resistenze comuniste e socialiste in Europa hanno pagato il prezzo umano più alto per la liberazione dell’Europa e dell’Est Europa). Misconoscere la pericolosa potenzialità di radicamento di tali forze sul campo vuol dire legittimarle e, in ultima istanza, rafforzare quelle componenti politico-militari che sono ostili a ogni forma di mediazione, di compromesso, quindi ostili alla pace e ad un’idea di Europa fondata su solidarietà, inclusione, diritti umani e civili. È evidente che la costruzione dell’identità nazionale dell’Ucraina, ora che si trova ad essere un Paese trascinante e leader nella definizione dell’identità europea, avrà ripercussioni sull’idea e sull’immagine complessiva del Vecchio Continente.

Hanno chiamato il movimento pacifista “potenza mondiale”. Qualcuno si ricorda il motivo? Il movimento per la pace, negli anni, ha accumulato credibilità, non soltanto per la potenza numerica e per il consenso acquisito intorno al rifiuto della guerra, ma anche perché riuscivamo a farci promotori di un’idea di società fondata sulla convivenza tra i popoli, sul disarmo, sull’impiego delle risorse del pianeta a favore della vita umana nel suo rapporto simbiotico e di reciprocità con la natura, sui temi dell’uguaglianza e della giustizia climatica.

Eravamo una potenza che orientava e condizionava le agende politiche e istituzionali. Ora che gli stessi Paesi che puntano all’indebolimento dell’Europa, a Est come ad Ovest, soffiano sul fuoco dell’escalation militare, dobbiamo riportare nelle piazze quella forza e quella capacità di determinare l’agenda interna ed estera degli Stati e dell’Europa. Chiedere il ritiro dell’esercito russo dai territori occupati, la cessazione dell’invio delle armi e delle politiche di riarmo, chiedere all’Europa di farsi portatrice di una posizione di de-escalation, di liberarsi dalle maglie mortifere di chi, Usa e Gran Bretagna in testa, sovrastano per interessi nazionali le stesse istanze di autodeterminazione del popolo ucraino e ogni strada che comporti negoziazione e interposizione. Chiedere lo scioglimento di ogni alleanza militare in virtù della costruzione di forze di sicurezza coerenti con la mission delle Nazioni Unite.

Riprendiamo con urgenza la parola e l’azione, proviamo a costruire appuntamenti inclusivi e, soprattutto, ritroviamo gli strumenti del coinvolgimento popolare. La proposta e la mobilitazione pacifista possono e devono essere diversificate. Possono prendere il largo con le azioni concrete di solidarietà sul campo, con le missioni di terra e di mare, possono essere, però, anche pratica diffusa di disobbedienza pacifica nei pressi delle imprese che producono armi e nei luoghi dove l’economia bellica provoca stravolgimenti del territorio. Possono e devono, se vogliamo concepirci come forza vitale, se vogliamo fermare l’orrore della guerra. Abbiamo il compito di praticare l’obiettivo alto della mobilitazione internazionale. Ora, come non mai, ci vuole una marcia europea per la pace che chiami in causa l’Europa sulla necessità di svolgere una funzione non schiacciata sulle alleanze militari ma di pacificazione, di negoziazione, di de-escalation e di dialogo e cooperazione tra i popoli.