Lo scontro armato (che non è più operazione speciale militare e non è ancora guerra) ha due possibili conclusioni auspicabili. La prima è che Vladimir Putin venga dai suoi referenti e alleati dichiarato decaduto nella sua funzione e sostituito da un’entità politica che affermi di voler metter fine all’avventura e apra un tavolo di negoziati. La seconda è che Putin ceda alla pressione di chi cerca di convincerlo a lasciare il posto per evidenti ragioni di salute (voci di Alzheimer, Parkinson, tumore alla tiroide, visibili tremori e gonfiori forse da cortisone, mutamento del carattere e della postura) e che sia vero il pettegolezzo che gira da tempo, secondo il quale il Presidente cinese avrebbe generosamente offerto un periodo di relax e di cure appropriate nei grandi centri clinici. Di Macao, ex colonia portoghese restituita ai cinesi nel 1988.

L’alternativa è che Putin rifiuti ogni ipotesi di ritiro e decida di vincere a tuti i costi la guerra, compreso quello dell’impiego delle armi nucleari che soltanto da lui e dal suo entourage militare e diplomatico vengono ossessivamente evocate allo scopo di esercitare una pressione sull’opinione pubblica occidentale. Questa pressione ha lo stesso scopo che ebbe nel 1938 il timore che potesse scoppiare una guerra mondiale (che scoppiò l’anno successivo) a causa dell’enclave tedescofona di Danzica in Polonia che Hitler rivendicava esattamente come oggi Putin rivendica il Donbass.Morire per Danzica?” fu allora l’equivalente di “Morire per Kiev?” oggi in Europa. Come andrà a finire ovviamente nessuno lo sa o se lo sa non ce lo dice in chiaro, ma i segnali per capire ci sono e vanno letti con pazienza.

Partiamo dall’espressione “Operazione militare speciale” scelta non a caso da Putin e che equivale, nel linguaggio fra grandi e medie potenze, ad un “Vi chiedo un attimo di pazienza perché dovrò fare qualcosa fuori dalle regole per risolvere una situazione all’interno dei miei margini di sicurezza: vi prometto che sarò fulmineo, voi farete fuoco e fiamme soltanto con le parole e cose fatte la chiudiamo lì: i rapporti di intelligence che mi danno luce verde e conto sul vostro realismo”. Che Putin avrebbe attaccato l’Ucraina era cosa arcinota: lo aveva detto, lo aveva già fatto con le operazioni nelle Crimea e dello stesso Donbass in cui aveva fatto intervenire reparti speciali dell’esercito russo senza insegne né mostrine e dopo aver distribuito agli abitanti di quell’enclave passaporti russi. Tutto era pronto, tutti sapevano, le cancellerie erano state avvertite con discrezione dai servizi di intelligence. Ma i servizi di intelligence avevano riferito anche che l’Ucraina sarebbe stata un osso durissimo perché le premesse da cui partiva Putin – l’Ucraina è un’invenzione geografica e gli ucraini ci accoglieranno come liberatori – erano sbagliate, così come erano falsi, disinformati e inutili i rapporti di Fsb e Svr, più quelli dell’intelligence militare del Gru che avevano previsto la marcia dei carri armati russi su un letto di petali di rose fra due ali di folle urlanti.

Come siano andate le cose, lo sappiamo ed è di ieri la notizia del coinvolgimento del più neutrale e pacifista dei Paesi europei, la Germania di Olaf Scholz che, preso a calci nel sedere (ma anche fatto sorridere dagli americani) ha improvvisamente annunciato l’invio dei migliori blindati d’Europa e probabilmente del mondo. In tutti questi anni la Germania si è rifiutata di spedire all’estero sia pure un solo vigile urbano nelle missioni di peacekeeping, ma ha seguitato a perfezionare l’industria militare secondo le antiche tradizioni per cui i suoi carri, la sua artiglieria e i sistemi missilistici sono i migliori del mondo. Torniamo allo scenario di partenza, quello del 24 febbraio quando Vladimir Putin annunciò l’inizio di una “operazione militare speciale”. Perché usare una tale formula? Perché quella formula rappresenta la qualità- dell’operazione e i confini entro i quali può essere considerata ciò che aveva promesso di essere: una “operazione” (e non una guerra), militare perché condotta con le armi e “speciale” perché rapida e fondata su un elemento che si è rivelato errato e per cui molti uomini dell’intelligence russa hanno già pagato con l’arresto, forse il suicidio, comunque la caduta in disgrazia.

Quell’elemento errato, lo sappiamo, era la certezza malriposta di una sollevazione degli ucraini a favore dei russi liberatori, non soltanto nel Donbass e Crimea ma persino nell’Ucraina occidentale. Dopo la prima settimana il mondo col fiato sospeso ha assistito ad un capovolgimento delle previsioni: l’Ucraina resiste e batte i russi che non conquistano Kiev e sono costretti a far finta di volere soltanto ciò che già avevano di fatto, Donbass e Crimea. Catastrofe al Cremlino dove esiste un gruppo dirigente non totalmente sottomesso a Putin, anche se largamente ricompensato. Putin ha scoperto di non aver più tra le mani una Operazione miliare speciale, ma una guerra marcia fin dal nascere, vista da tutto il mondo (salvo che dai sui concittadini cui è negato l’accesso alle fonti)come una infamia, e di fronte alla quale la Cina manifestava la sua totale disapprovazione. Ciò che Putin aveva detto a Xi Jinping il 4 febbraio a Pechino (e fatto conoscere in via informale alle agenzie di tutto il mondo) era l’intenzione di un blitz in Ucraina per liquidare Zelensky, installare un governo fantoccio, formalizzare le annessioni e andare avanti. Xi aveva detto va bene, purché la cosa sia rapida perché noi non abbiamo alcuna voglia di una guerra commerciale fra Cina e America mentre esiste già un contenzioso nel Mare del Sud della Cina.

Dopo la prima settimana durante la quale gli ucraini hanno dimostrato una compattezza sociale e militare di prim’ordine, in Occidente – e specialmente a Londra – si è cominciato a considerare una possibilità che prima sembrava impensabile: far perdere la faccia a Putin nel suo entourage, fra i suoi alleati, all’interno della sua cerchia di beneficiati detti oligarchi, tutti danneggiati e delusi dalla fallita Operazione speciale. La scommessa di Londra – che ha un contenzioso lungo oltre mezzo secolo – è diventata: far cadere Putin, dare ai suoi avversari interni al Cremlino tutte le ragioni per rimuoverlo su una base politica e giuridica. Questo è il punto importante: Putin ha agito il 24 febbraio sulla base di un mandato interno alla cerchia del potere che lo autorizzava a compiere una operazione speciale, non una guerra e peggio una guerra mondiale. Tutto ciò Putin lo sa benissimo e ha assunto un atteggiamento di sfida, anziché di saggio realismo: di fronte ad un esercito ucraino non soltanto valoroso e ben comandato, messo in grado di combattere ancora meglio con l’uso di armi anti-invasione messe a disposizione prima di tutto dal Regno Unito, ha minacciato la guerra nucleare.

In questo momento, come abbiamo già scritto su queste pagine, la Russia ha un non grande vantaggio strategico grazie alla missilistica supersonica, ma gli americani hanno schierato circa trecento dei loro migliori programmatori militari secondo cui il gap potrebbe essere colmato entro poche settimane. Il presidente americano Biden ha apertamente posto Pechino di fronte ad un aut-aut: se aiuta Mosca avrà dal mercato americano danni devastanti e la Cina non può permettersi una guerra commerciale con gli Usa del cui mercato vive e con crescenti difficoltà. Biden è stato su questo punto brutale: potete dire a Putin tutte le parole mielate che volete. Ma se fate una sola mossa in Ucraina, noi vi affondiamo esportazioni a casa nostra. È stato a questo punto, a metà marzo, che negli ambienti di intelligence è cominciata circolare la battuta della “splendida vacanza rigeneratrice a Macao”, Macao era una piccola colonia portoghese riconsegnata alla Cina nel 1998 e diventata una sorta di gigantesca Spa cinese con le migliori cliniche e centri benessere. Da quel momento sono state messe in circolazione tutte le immagini che potessero accreditare l’idea di un Putin ingrassato, malato forse di Parkinson ma peggio di Alzheimer.

Questa operazione mediatica, accolta in Occidente da tutti i media più legati ai russi, sta per raggiungere il suo acme, se ancora non l’ha raggiunto, e secondo osservatori diplomatici informati già esisterebbe una sorta di accordo di base per fare in modo di avviare la fase finale dell’operazione che è di esito incertissimo, visto che Putin ne è al corrente e per ora non ha intenzione di molare, ma starebbe valutando anche le opzioni nucleari usando le quali potrebbe mettere a tacere i suoi nemici interni costretti a prender atto del fatto compiuto, e quelli occidentali, sfidandoli alla apocalittica sfida delle armi atomiche, lasciandoli però nell’incertezza sul genere di armi da usare: tattiche o strategiche? Le tattiche sarebbero quelle relativamente piccole – buone per far sparire Varsavia in trenta secondi come hanno spiegato allo stato maggior del Cremlino – e le strategiche capaci di colpire al cuore gli Stati Uniti e il Regno Unito.

Questa terribile incertezza ha spinto gli apparati militari americani a fare di tutto per proteggere per prima cosa la loro madrepatria infischiandosene dell’Europa. L’Europa non può far altro che partecipare alla campagna militare per liberarsi di Putin, lasciando spazio a una futura dirigenza russa, ma facendosi mettere sempre più sotto schiaffo dallo stesso Putin che ormai sembra carico d’odio verso Paesi come il nostro, che sembravano scontati amici acquisiti a una amicizia eterna basata sugli affari e i premi fedeltà. e che invece si sono riallineati con gli Stati Uniti con il premier Draghi di cui già si sussurra che potrebbe diventare il prossimo Segretario Generale della Nato, non per concessione americana ma perché riconosciuto come un leader europeo di massima capacità e influenza.

Quanto durerà quest’incertezza che ci terrà appesi fra apocalisse e pace ritrovata? Sono solo chiacchiere senza riscontro ma si parla di due massimo tre settimane, forse entro il 9 maggio – anniversario della vittoria in Russia – o forse subito dopo. Intanto, la sorte del pianeta sembra affidata agli umori e anche ai calcoli di un solo uomo che evidentemente stanco e provato dall’inefficienza delle sue spie, dei suoi generali, e dell’apparato militare di cui l’unica cosa che forse funziona sono gli arsenali nucleari.

 

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.