Circa un mese fa abbiamo pubblicato su questo giornale un titolo che ha indignato molti, e ci ha guadagnato l’ostracismo e il linciaggio del partito interventista (per altro rispettabilissimo partito, al quale noi diamo ampio spazio su queste pagine perché consideriamo quella voce una voce da ascoltare e da valutare sempre). Il titolo parlava del dovere della resa, e gli articoli collegati a quel titolo raccontavano di come tanti eroici combattenti, nella storia umana – vista sfumare ogni possibilità di vittoria – scelsero la resa e non la resistenza disperata, e fecero questa scelta non per viltà ma per proteggere il proprio popolo.

Resa vuol dire trattativa. Negoziato. Naturalmente se sei solo, isolato, come successe, ad esempio, ai nativi americani dei Sioux e dei Cheyenne, la trattativa diventa molto faticosa e ottiene poco. Se invece sei protetto da un formidabile sistema di alleanze, che ha una gigantesca potenzialità economica e militare, e poi di controllo, la trattativa può ottenere risultati molto migliori e la resa può essere una scelta largamente conveniente. Ci è stato rinfacciato di essere gente senza valori e piena di vigliaccheria. Perché purtroppo questa guerra ha riesumato valori e doti che noi credevamo dispersi nel tempo, come il coraggio, l’eroismo, la potenza o l’astuzia militare. I russi esaltano le qualità dei loro combattenti, che vanno a morire a migliaia, forse per la patria. L’Occidente esalta il coraggio e la capacità di resistenza dell’esercito ucraino, anche perché quella è l’unica condizione richiesta agli ucraini per ottenere il rifornimento di armi dall’Europa e dall’America. Gli è richiesto eroismo.

Il coraggio del popolo ucraino e il sacrificio dei soldati russi sono fuori discussione. L’uno e l’altro sono doti che appartengono a loro e solo a loro, ma invece sono sussunte, sfacciatamente e in una operazione di magia, da chi li sostiene da casa, o dalla tastiera, o da qualche cancelleria. Il coraggio di noi italiani che sosteniamo gli ucraini a dispetto di qualche mollaccione pacifista, anzi, panciafichista come Mussolini chiamava quelli che si opponevano alla guerra contro gli imperi centrali.  Va bene. Incassiamo la definizione di folli e vigliacchi, estesa – immagino – a papa Francesco. Il pontefice è stato ignorato per più di un mese dalla grande stampa e ora, a fatica, viene preso in considerazione, ma solo per farlo diventare il bersaglio delle critiche e degli anatemi (con due sole eccezioni, mi pare, che citerò alla fine di questo faticoso articolo).

Vorrei capire però come è possibile considerare un folle chi parla di resa e poi tranquillamente discutere dell’ipotesi di una guerra nucleare come situazione molto sgradevole ma forse inevitabile per le regole della realpolitik. Naturalmente io non credo che nessun leader del mondo pensi seriamente alla possibilità di usare le bombe atomiche. Perché non servono particolari capacità di analista o di futurologo per capire che l’uso anche di due sole bombe atomiche (una per parte) porterebbe ad anni di declino della civiltà umana, sul piano economico, su quello sociale, su quello del rapporto tra Stati e sul piano del senso comune e della cultura dominante. Però anche se escludo la possibilità che qualcuno seriamente prenda in considerazione l’uso dell’atomica, la cosa mi angoscia ugualmente. Perché comunque i capi di Stato e i grandi opinionisti ne parlano con leggerezza. Ipotizzano che Putin sia costretto ad usarla (e si muovono per spingerlo in quella direzione) e ragionano su quale possa essere la risposta più efficace. Immaginano che se lo zar esagererà, pagherà con l’annientamento della Russia. E in questo modo introducono un linguaggio, e dei parametri di riferimento per il dibattito pubblico, che fino a qualche mese fa erano inimmaginabili.

La logica della guerra come condizione naturale di gestione delle crisi politiche ormai si è largamente affermata. L’annientamento è un termine in voga e un’opzione. E in tutte le discussioni il binomio amico-nemico, nel senso più crudo di questa espressione, è diventato il protagonista. I giornali sono militarizzati. La censura o autocensura è diventata la norma ed è considerato sacrificio eticamente giusto. La maledizione del dissenso è praticata in tutti i momenti e gustata come la prova della superiorità morale di un campo sull’altro. Voi credete che, se e quando la guerra finirà, e se non ne comincerà un’altra, questa ferita profondissima alla civiltà libera e liberale sarà recuperabile? Forse si. Occorreranno anni, decenni. Non sono sicuro che l’idea – forse imbelle, ma ragionevolissima della resa – possa danneggiare il senso comune. Possa offendere la dignità, o lo spirito della libertà. Penso invece il contrario: l’allegria con la quale si parla di bomba atomica, dopo 60 anni dall’ultima vera crisi (quella di Cuba, che si svolse a parti inverse: con l’Occidente che minacciava la Russia perché la Russia stava armando uno Stato vicino agli Usa) questa può mettere in cantina gran parte della libertà economica e politica e di pensiero che ci eravamo guadagnati negli ultimi 75 anni.

Ascolto giornalisti e intellettuali di sicuro livello, rintuzzare questi ragionamenti miei, contorti e addolorati, con argomenti che apparentemente sono la quintessenza della logica e della semplicità. Ma che a me sembrano solo semplificatori. Ha avuto un gran successo, per esempio, l’intervento a Cartabianca del mio amico Antonio Caprarica, al quale mi lega un antichissimo sentimento di vago ma incancellabile affetto (siamo cresciuti insieme, professionalmente, tra i rampolli post-sessantottini dell’Unità, lui comunista di destra, io comunista di sinistra, tutti e due innamorati del giornalismo moderno e non della propaganda). Cosa ha detto? In sostanza una cosa semplicissima e inattaccabile: l’aggressore è Putin l’aggredito e Zelensky. Che senso ha dare le colpe a Biden?

Ha senso, Antonio, per questa ragione: non è con la ricerca del colpevole che si trova la pace, ma è con la ricerca della pace che, forse, si inchioda anche il colpevole. A noi interessa la pace o il colpevole? A me la pace. Credo anche a te. Il colpevole è Putin, nessuno ne dubita. Ma i responsabili dell’allungarsi e incrudirsi della guerra sono tanti. Biden in testa. Noi non siamo chiamati a dire bianco e nero, ma ad analizzare e a cercare le vie d’uscita e a scansare chi le ostruisce. È stato un gesto lungimirante, per esempio, da parte degli inglesi, silurare o contribuire al siluramento dell’incrociatore russo? Non ne sono tanto sicuro. Poi c’è Umberto Galimberti , che non conosco ma so essere un filosofo di valore, il quale però anche lui si fa trascinare nelle analisi da stadio. E si scaglia contro il Papa che ha chiesto a una madre russa e a una madre ucraina di tenere insieme la croce. Un’idea bellissima. Un momento esaltante quello scambio tragico di sguardi tra le due signore. Un inno vero alla pace, e un inno ai popoli, che non sono mai responsabili delle guerre. Ne sono vittime.

Domanda, iroso, Galimberti: e se Pio XII avesse chiesto a un partigiano di marciare con un tedesco nella Roma occupata? Professor Galimberti, Pio XII, per la verità, incontrò molti ufficiali tedeschi e nessun partigiano, innanzitutto. E poi immagino che lei conosca la differenza tra persona del popolo e capo militare, no? Se una donna italiana avesse sfilato con una donna tedesca quale sarebbe stato lo scandalo? Infine un’ultima disperata osservazione: possibile che sappiate ragionare ancora solo con quelle categorie politiche che hanno sciaguratamente deturpato il novecento? Nazificazione, denazificazione, invasione, guerra, guerriglia, deportazione? Diosanto, non vedete che abisso intellettuale c’è tra il modo di ragionare di Francesco e il vostro rinchiudervi in schemini piccoli piccoli e imparati a memoria?

P.S. Le due eccezioni della quali parlavo sono il solito Altan, che ha pubblicato su Repubblica (diventato ormai un giornale di propaganda militare) una vignetta fantastica, controcorrente e non descrivibile a parole. Con una sola battuta scritta: “Vincere che?”. Già, ci vuole molto per capire che perderanno tutti? E poi Massimo Giannini, che non mi è stato mai molto simpatico e che in questi cinquanta giorni non ha fatto in modo da far brillare la Stampa per ragionevolezza. Ma che il giorno di Pasqua ha pubblicato un suo editoriale molto bello, molto coraggioso, molto lucido. Chapeau.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.