Ieri la Turchia ha detto che la pace si può fare, ieri la Russia ha detto che la pace si può fare, e di conseguenza anche Zelensky intravede la luce anche se non si fida. Ma qual è la “bottom line”, la novità invisibile che tutto collega e che è un affare totalmente nuovo, anzi vecchissimo, anzi risorto dalle sue ceneri? Chi ha tessuto e costruito la possibilità della pace? Forse plotoni di diplomatici anonimi in giacca, cravatta e feluca? Ma no. È un uomo solo al comando. Ed è un sultano. Si chiama Erdogan. Ma non da solo. L’uomo di Istanbul e Ankara è lo stesso che sta disfacendo ciò che fece Ataturk, il creatore della nuova Turchia laica e occidentalizzata, o meglio lo sta smontando e ricomponendo. Ataturk volle una Turchia che sapesse stare al tavolo con le grandi potenze moderne, dopo aver combattuto durante l’epopea di Sebastopoli dove seppellì – cadavere sopra cadavere -il corpo di spedizione franco-britannico.

Ma Ataturk era un militare nazionalista e modernista con molti punti in comune con Mussolini. A Erdogan della modernità cosmopolita non importa nulla, al massimo ospita le delegazioni al mitico hotel Pera Palace. La modernità va bene per Istanbul ed Ankara, ma il popolo della Turchia profonda vuole religione e ritorno al passato e alla vecchia gloria, confini compresi. Muovendosi lungo i confini dalla Siria alla Libia all’Asia centrale, ogni tanto viene alle mani con lo zar. Lo Zar, come ormai tutti chiamano Vladimir Putin, sogna l’impero. Le persone più sbrigative dicono sbagliando che lui rivoglia l’Unione Sovietica. La Cina è il terzo impero del mondo. Lo è per la prima volta concretamente, ma la Cina è un impero da cinquemila anni. Prima era un impero chiuso e poi aperto alla corruzione e alle prepotenze occidentali, oggi la Cina è armata come gli Stati Unti, produce e innova come sappiamo e cerca di usare un cervello molto poco simile al nostro, calmo, vorace e capace di attendere decenni prima di azzannare in un sol boccone la gazzella alla sorgente.

E poi abbiamo l’America, nel senso degli Stati Uniti. Quel che ha detto a Varsavia l’attuale presidente deve essere udito e interpretato da orecchie americane: tutti coloro che hanno trovato gaffeur il discorso in cui ha dato del macellaio a Putin invocando il Signore affinché ce lo levi di torno, di solito danno poco peso all’American exceptionalism: un presidente americano parla da sovrano e non può essere corretto o ridimensionato. Ho ascoltato il racconto di molti membri del Congresso che raccontavano di un Biden furioso: «Volete piantarla di correggermi? Ho detto esattamente quello che volevo dire: Putin è un macellaio e spero che qualcuno ce lo tolga dai piedi perché io con quel macellaio criminale di guerra non tratterò mai: sono ancora il fottuto presidente degli Stati Uniti». I repubblicani di Fox News ci vanno a nozze dileggiando Biden ogni giorno e ricordano che “Sleepy Joe” era il nomignolo che gli aveva affibbiato Donald Trump: “Joe dormi in piedi”. Serafico e gelido lo Zar ha fatto rispondere: “Quel vecchio è malato, quel che dice non conta”. Non è vero invece: conta tutto ma non tutto nello stesso modo.

Tutti coloro che speravano che la guerra di Putin si potesse risolvere in un fitto chiacchiericcio tra feluche diplomatiche, è stato smentito: il celtico Brenno tolse la voglia ai Romani di piagnucolare alla trattativa gettando sulla bilancia la sua spada, per buon peso. E dall’altra parte non è per nulla sicuro che Joe Biden sia particolarmente interessato a una rapida pace: ha lavorato di bisturi dilatando il vallo fra Europa e Russia, e ha offerto a prezzi cari ma ancora vantaggiosi una lunga dipendenza energetica vendendo gas e degassificatori. Poi ha interpretato se stesso e i democratici tutti, i quali hanno sempre detto che con la Russia non era finita, non ci si doveva fidare mai e ha fatto la voce grossa, anche grottesca, perché è in campagna elettorale. Era forse Biden un mediatore? No. Cercava forse un mediatore? Neppure. La sua agenda consiste nel demolire (e lo fa con successo perché l’invasione russa dell’Ucraina cade come il formaggio sui maccheroni) la dottrina isolazionista di Donald Trump secondo cui l’Europa meritava di essere abbandonata al suo marcio destino.

Così Biden – una vecchia volpe quanto a retorica pubblica (e noto a suo tempo per aver usato brani non sui) alimenta una guerra di parole infiammate che fanno arrossire il suo entourage e un rilancio misurato di forniture militari per resistenti fra le macerie: niente aerei, niente carri armati, ma razzi anticarro, razzi antimissile, fionde.
Ci troviamo di fronte all’insolita situazione in cui la pace non è nelle mani dei diplomatici e neanche dei pacifisti o delle preghiere del Papa, e neppure in quelle del Presidente degli Stati Uniti, ma è nelle mani dello zar russo Vladimir Putin, del Sultano turco Recep Tayyp Erdogan e dell’imperatore cinese Xi Jinping. Ciascuno di loro segue una logica imperiale di ritorno al passato usando le armi e la diplomazia del futuro, ma sono sostanzialmente concordi nel riconoscersi l’un l’altro in un grande blocco avverso e avversario dell’Occidente cime fu ufficialmente inaugurato il 4 febbraio scorso quando Putin andò a Pechino per incontrare l’imperatore cinese prima che iniziassero le Olimpiadi. Se fosse così come da tempo sospettiamo, dobbiamo sapere di dover affrontare una logica totalmente diversa da quella del secondo dopoguerra perché sarà la logica sperimentata delle organizzazioni planetarie più antiche della civiltà umana, per nulla inclini alle liberaldemocrazia e indifferenti alla scala di valori cui noi tutti in genere ci riferiamo.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.