Venerdì scorso il Dipartimento del Lavoro americano ha comunicato con soddisfazione un bel numero tondo: 916mila. Tanti sono i nuovi occupati del mese di marzo negli States: un chiaro segnale di ripresa dopo che la pandemia ha mandato in tilt l’economia statunitense. Inoltre, secondo il rapporto mensile del Bureau of Labor Statistics, il tasso di disoccupazione è sceso dal 6,2% di febbraio al 6% del mese scorso. E l’indicatore di attività manifatturiera dell’Institute for Supply Management’s pubblicato giovedì ha raggiunto il punteggio più alto dal dicembre 1983.

Che cosa succede in America? Semplice: la vaccinazione contro il coronavirus è sempre più efficace (alla fine di marzo, gli Stati Uniti hanno vaccinato più del doppio della loro popolazione rispetto all’Unione europea), il Congresso ha dato l’ok a un pacchetto di stimoli da 1,9 trilioni e gli Stati in tutto il paese revocano le restrizioni alle imprese. Segnali di forza che arrivano proprio mentre le principali economie nazionali dell’Ue – Francia, Germania e Italia – sono bloccate dall’aumento dei casi di coronavirus. Le prime risorse messe in circolo dall’amministrazione Biden – insieme ai tassi di interesse bassissimi della Federal Reserve – non provocano soltanto il boom nazionale, ma spingono anche le economie degli altri paesi. Mentre gli americani hanno speso i loro bonus governativi da 600 dollari a gennaio per mobili, laptop e abbigliamento, gli Stati Uniti hanno importato beni per un valore record di 221 miliardi di dollari. E questo dato non calcola ancora la nuova immissione di assegni da 1.400 dollari arrivata a marzo.

Come spiega David J. Lynch, editorialista economico del Washington Post, «la robusta ripresa economica degli Usa quest’anno dovrebbe essere una buona notizia per i lavoratori delle fabbriche in Cina, i trasportatori di merci nei Paesi Bassi e gli agricoltori in Germania». In altre parole, l’economia statunitense sta ripartendo così forte che «i suoi guadagni non rimarranno a casa». Secondo Oxford Economics, la domanda di beni e servizi dovrebbe estendersi ben oltre i confini del paese, rendendo gli Usa il più grande contributore alla crescita globale per la prima volta dal 2005. Un’ascesa clamorosa dopo decenni di incontrastato dominio della Cina.

Secondo il Census Bureau, aiutati dagli stimoli del governo, gli americani hanno speso in beni di consumo importati, alimenti, bevande e mangimi. Nel frattempo hanno accumulato risparmi pari a 1,7 trilioni di dollari, una cifra che a breve potrebbe essere spesa con la riapertura dell’economia. La Federal Reserve avverte inoltre che il patrimonio netto delle famiglie è aumentato di 18 trilioni di dollari. Ma l’aiuto alle altre economie non viene solo dalla spesa degli americani. Infatti, i tassi di interesse prossimi allo zero della Federal Reserve, pensati per stimolare l’attività economica attraverso prestiti più economici, avvantaggiano le società straniere insieme a quelle americane. Secondo Laurence Boone, capo economista dell’Ocse, l’impatto del piano di salvataggio del governo degli Stati Uniti si farà sentire in India, Australia, Corea del Sud, Regno Unito, Canada e altrove. Entro la fine del prossimo anno, “la produzione globale sarà di 3 trilioni di dollari più grande di quanto sarebbe stata senza la nuova spesa degli Stati Uniti”, spiega Boone. In sostanza, conclude, è come se si aggiungesse un’altra “Francia” all’economia globale.