Più di editoriali e polemiche politiche parlano i numeri: l’Italia è drammaticamente in ritardo nella vaccinazione degli over 80, la categoria più a rischio col Coronavirus per l’elevata possibilità di ospedalizzazione.

Una situazione a macchia di leopardo tra le varie regioni, ma è il dato nazionale ad evidenziare comunque le difficoltà del sistema paese a fare fronte all’emergenza: solo il 14,7% degli ultra 80enni ha ricevuto la doppia dose di vaccino Pfizer-BioNTech o Moderna, completando così il ciclo di immunizzazione, mentre il 28,2% è a metà del percorso. 

Dati che, come detto, variano da regione a regione: se le province autonome di Bolzano e Trento svettano col 38 e 33 per cento di immunizzati over 80, dall’altro lato della classifica Toscana e Sardegna restano ancorate al 5,3 e al 2,8 per cento. 

A contribuire nel deficit nazionale anche i ritardi e le mancate consegne dei vaccini destinati alle categorie fragili: come ricorda il Corriere della Sera il piano di vaccinazione originale, presentato dal ministro Roberto Speranza il 2 dicembre scorso, prevedeva entro febbraio la vaccinazione completa della popolazione anziana, poco meno di 4 milioni e mezzo di persone.  

Secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, non c’è solo il ritardo dei vaccini nella lentezza italiana della copertura delle fasce fragili. “Purtroppo all’inizio della campagna vaccinale, che indicava come priorità 1.404.000 operatori sanitari e sociosanitari, parte delle dosi allora disponibili sono finite a persone che non ne avevano diritto. Mi riferisco a dipendenti amministrativi che non avevano contatto né con malati né col pubblico e che quindi anche per l’età non avrebbero dovuto avere la precedenza. Possiamo calcolare che gli imbucati siano stati il 16%”, spiega Cartabellotta.

Guardando ancora al dato degli over 80enni immunizzati, tra le grande regioni ci sono importanti differenze nella quota di anziani che hanno completato il ciclo di vaccinazione. Campania e Lazio, ad esempio, alla giornata di sabato 20 marzo era riuscite a vaccinare rispettivamente il 23,2 e il 22,8 per cento degli aventi diritto, mentre la Lombardia non va oltre l’11%. 

Per il ministro degli Affari regionali Mariastella Gelmini però “le Regioni hanno agito sulla base di un piano nazionale vecchio e inadeguato e, nella prima fase della campagna, hanno vaccinato in mezzo a una crisi di governo che si è risolta a metà febbraio. In una intervista al Corriere il neo ministro sottolinea che le Regioni “hanno fatto degli errori, ma hanno anche chiesto al nuovo governo le regole – ha aggiunto Gelmini – . Le abbiamo decise e condivise: confido che ora recupereremo il gap. E il governo andrà in soccorso dove necessario”. “Ci sono regioni dove la maggior parte degli ultra 80enni sono stati vaccinati, altre dove siamo appena agli inizi”. Per Gelmini “circa 2 milioni di ultra 80enni (la metà della platea complessiva) hanno ricevuto almeno una dose. Si poteva fare meglio, ma la confusione iniziale è eredità del recente passato e del fatto che, nella prima fase, il vaccino AstraZeneca era riservato fino ai 55 anni. Vaccinare gli anziani e i fragili è una priorità assoluta, ma è più semplice vaccinare gli operatori sanitari e le persone ricoverate nelle Rsa che un anziano di 80 anni”.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia