«Non credo di essere volgare», ha detto De Luca a proposito del suo modo di porgersi. In realtà lo pensava di sé anche Ivano, il personaggio a frugalità zero di Carlo Verdone, quello di “lo famo strano?”. Ma questo solo per sottolineare che l’autopercezione è spesso ingannevole. Sta di fatto che gli insulti del governatore al leader della Lega, quel chiamarlo quattro volte asino, e una volta anche “ragliante”; quel dirgli che ha la faccia come “un fondoschiena per altro usurato”; e quelle allusioni a una discutibile virilità, attratta più dai broccoletti che dalla prorompente bellezza della Isoardi, sono piaciuti a Renzi ma non a Zingaretti. Sul perché il segretario di Italia Viva li abbia giustificati è però inutile soffermarsi.

Basterà solo ricordare che Renzi sul tema è notoriamente tollerante: può mandare a quel paese Emiliano in Puglia presentando Scalfarotto in concorrenza, ma alle suppletive napoletane non ha avuto dubbi nello stringere un’alleanza elettorale con chi lo aveva mandato a “cagare”, e cioè con de Magistris. Il punto è Zingaretti. Una sua frase, riportata ieri dal Corriere della Sera, dà bene l’idea dell’aria che tira dalle parti del Pd, alla vigilia delle elezioni regionali e forse di una crisi di governo. Eccola. «Il bello – avrebbe detto il segretario – è che vedo pure qualcuno dei nostri che fa il fenomeno irridendo Salvini, che si è arreso sulle candidature al resto del centrodestra. Lui, intanto, si ritrova al centro di una coalizione unita che a settembre può risultare vittoriosa, mentre per noi può andare a finire molto male». Zingaretti è preoccupato per una semplice ragione, perché ha fatto i conti, e il quadro riportato da quasi tutti i notisti politici è effettivamente nero.

Il centrodestra è strafavorito in Veneto, favorito nelle Marche e in Liguria, avanti in Puglia, in corsa anche in Campania e sfavorito solo in Toscana. E con questo scenario post-elettorale da 4 a 2, se non da 5 a 1, la previsione successiva attribuita appunto a Zingaretti non può che essere quella di una spallata al governo Conte. La Campania è dunque per il Pd motivo di apprensione, non di appagante consolazione: intanto, per il risultato che non è affatto scontato, come troppo frettolosamente si tende a credere, e poi per l’effetto sul quadro generale che lo smisurato protagonismo mediatico di De Luca può provocare.

Il fatto è che, giocando in proprio più che per la squadra, e continuando ad attaccare frontalmente Salvini, De Luca potrebbe restituire al leder della Lega, anche al Sud, quella visibilità che ha già cercato e in parte anche trovato in Emilia Romagna. Lì, però, Salvini ha conquistato la scena non per colpa di Bonaccini, che non gli ha mai alzato la palla con battute da avanspettacolo, bensì grazie alla candidata ufficiale del centrodestra, scelta proprio per fare da spalla: per apparire più che per vincere. Infine, non è da escludere che a preoccupare il Pd nazionale possa contribuire anche il cambio di passo delle note giornalistiche su De Luca.

Ieri pronte a cogliere l’indole decisionista del governatore, oggi molto più critiche nel valutare il suo stare davanti alle telecamere. «Papeete contro mammeta», ha commentato Mentana su La7. «Questa è politica macchietta», ha scritto Massimo Adinolfi su il Mattino. «Così De Luca supera tutti i limiti», ha sentenziato Fabrizio Roncone sul Corriere della sera. E di sicuro siamo solo all’inizio.