«Leggiamo che l’on. Federico Conte rivendica il proprio Lodo, uno dei più incomprensibili obbrobri mai concepiti in materia di diritto penale e processuale, quale frutto di una laboriosa mediazione che avrebbe visto tra i protagonisti anche l’avvocatura. Siamo l’Unione delle Camere Penali Italiane e non abbiamo nessuna pretesa di rappresentare, sia ben chiaro, l’intera avvocatura italiana, ma siamo semplicemente curiosi: quale sarebbe l’avvocatura che avrebbe firmato questo inguardabile mostriciattolo giuridico senza capo né coda?».

Il presidente Gian Domenico Caiazza fuga nettamente qualsivoglia dubbio sulla posizione dei penalisti italiani in merito alla nuova norma blocca-prescrizione approvata dal Consiglio dei ministri nel ddl delega per la riforma del processo penale. Il bluff del lodo Conte bis Caiazza l’aveva subito smascherato, spiegando che il giudizio di appello «liberato dalla tagliola della prescrizione (e quindi anche grazie al leggendario Lodo Conte bis), potrà essere fissato e celebrato anche 7 o 10 o 20 anni dopo la sentenza di primo grado. Che poi la conferma della condanna in appello renda, come dire, definitiva la interruzione, cosa cambierebbe?

Se invece in appello, 20 dopo, verrò assolto, mi viene riconosciuto un bonus, cioè mi si conteggia la prescrizione (della quale da assolto non mi interessa più nulla) nella rara ipotesi che il Procuratore Generale (o meglio: il figlio del Pg, dato il tempo trascorso) ricorra per Cassazione contro la mia assoluzione». Insomma, «gli effetti devastanti in relazione al principio costituzionale della ragionevole durata del processo si continuano a produrre, anche con il Lodo Conte bis, per gli imputati condannati già con la sentenza di primo grado. Basta con le fandonie», affonda Caiazza. Ironicamente amaro il suo commento sul ddl delega: «scommettiamo, come su un tavolo di black jack, sull’improvvisa palingenesi del processo penale che diventa improvvisamente è breve e si conclude in quattro anni».