Ho letto l’intervista resa al Riformista da Carlo Tansi, candidato a presidente della Calabria, e confesso di essere stato incuriosito dal personaggio. Sicuramene un ottimo professionista, che ha riportato un interessante risultato alle scorse regionali e si accinge a riprovarci con diverse liste a sostegno tra le quali sarebbe in preparazione una specificamente meridionalista. Tema al quale è dedicato anche qualche significativo passaggio dell’intervista. Il Mezzogiorno, per fortuna, è oggi tornato di moda e questo fa piacere. Lui stesso rileva che il suo (del Mezzogiorno) profeta, Pino Aprile, non se n’è accorto che in una seconda vita.

Da tempo bollono in pentola operazioni politiche meridionalistiche, finora senza grande fortuna, ma la questione vera è di cosa si parla. È facile dirsi meridionalisti per rivendicare un Paese privo di significative divaricazioni territoriali e sociali. È difficile indicare il modo, visto che sono state provate diverse soluzioni organizzative senza troppo successo. Tansi polemizza con il meridionalismo di Aprile che lascia intendere essere oltranzista e afferma di credere in un meridionalismo più autentico e radicato nella storia del Paese. Non so di quale parli, ma va bene. Però poi l’unica indicazione in positivo che offre è la rivendicazione di più risorse dal Recovery (il doppio) al Mezzogiorno in ragione di parametri a suo dire più giusti. È vero che vorrebbe impegnare queste risorse sia per la spesa corrente (come stabilizzare i precari) che per investimenti infrastrutturali e non.

Parliamo di 150 miliardi, assegnati non in relazione al mero numero di abitanti ma, appunto, in funzione di riequilibrio «tenendo conto di reddito e occupazione». Resta l’impressione che si spari una cifra un po’ a caso, ma soprattutto che si esponga una versione minore, appena riveduta e corretta, del rivendicazionismo di Pino Aprile. Magari bastasse avere più soldi, e – va da sé – per investimenti. Purtroppo non funziona così. Preferire gli investimenti (rete ferroviaria, sanità, aggiungerei digitalizzazione e pubblica amministrazione) alla spesa corrente va bene, ma la premessa è che i soldi si sappiano spendere in una lunga filiera che va dalla scelta politica alla sua attuazione, passando per numerosi soggetti.

Risollevare il Mezzogiorno è così difficile perché non è solo una questione di risorse (finora, sia chiaro, insufficienti) ma anche e soprattutto di qualità della classe politica e della pubblica amministrazione. Di qualità anche delle istituzioni. Lo vediamo dalle risorse comunitarie sprecate a fiumi o non impegnate, dai cantieri fermi, dalle opere incompiute, dalle centinaia di amministrazioni sciolte per infiltrazioni criminali, dal livello dell’amministrazione statale periferica dove la selezione non avviene certo con distorsioni locali. Tansi forse la fa un po’ facile proprio alla luce di quelle radici profonde del meridionalismo di cui parla. Si ha la sensazione che possa operare in lui la deformazione tipica del professionista della Protezione civile, ed in particolare delle ultime stagioni della Protezione civile, segnate da deroghe e regimi speciali.

Non attribuisco questa volontà al candidato, ma intravedo il rischio di questa lente, quando invece la battaglia per la rinascita del Sud parte da profili professionali di qualità nel pubblico e nel privato, dalle forme organizzative della società civile, dal modo di selezione del personale politico, da una profonda trasformazione del modo in cui l’elettore meridionale si accosta, quando si accosta, alla cabina. Sarà banale, ma bisogna ripartire dalle società intermedie, oltre che dalla scuola. L’approccio di Tansi alle elezioni con una collazione di esperienze civiche, in elezioni pure tutte politiche come le regionali, magari sarà pure inevitabile (non ho strumenti per dirlo) ma non è che sia un buon punto di partenza.

Proprio la storia del Mezzogiorno degli ultimi trent’anni dimostra che simili esperienze sono anticamere di trasformismi e alimentano una frammentazione che rende l’intero Mezzogiorno politicamente irrilevante. Senza cultura politica ben definita non si va da nessuna parte. E il richiamo al civismo, per quanto sentito sia, è una via, retorica e reale, percorsa già decine di volte nella sola Calabria. Vogliamo dire con quali effetti? Confesso di conoscere poco la realtà calabrese, i suoi partiti e anche il suo civismo. Non mi sfugge la determinazione e la freschezza del personaggio ma temo che si percorrano vie già fallimentarmente percorse in passato.

L’esperienza Callipo non insegna nulla? Si era candidato con una lista “Io resto in Calabria”, fu appoggiato perfino dall’unico partito veramente nazionale (il Pd) e, dopo una campagna elettorale dai toni simili a quelli di Tansi, se ne tornò presto a fare altro. Non so se Tansi abbia ragione nel respingere le offerte che gli provengono dai partiti più strutturati, ma è difficile pensare che la Calabria e il Mezzogiorno si cambino con “Tesoro Calabria”, “Calabria Libera” e “Calabria Pulita” e con il relativo personale politico. Il migliore meridionalismo è sempre stato nazionale. È possibile che non ci abbia capito nulla, ma francamente ne dubito.