Uno scontro titanico è in corso negli Stati Uniti fra democratici e Donald Trump, l’ex Presidente accusato di aver cercato – per dirla con i nostri Cinque Stelle – di aprire il Parlamento (ovvero le sedi del Congresso di Capitol Hill) come una scatola di tonno il 6 gennaio del 2020. Agli americani della guerra fra Russia e Ucraina importa poco, mentre le ore roventi della televisione sono quelle in cui passano alla sbarra i testimoni del processo sulle responsabilità politiche e penali dell’ex Presidente: ha cercato il colpo di Stato? È stato pagato? Ha pagato? Chi lo sosteneva e chi lo temeva? Ma, più che altro, perché si stanno battendo in maniera aggressiva e violenta le due Americhe, quella dell’isolazionismo e quella dell’America che è ovunque?

Il primo motivo è che Trump si sta preparando a rientrare in campo come candidato repubblicano alla scadenza di Joe Biden e questo è un fatto del tutto nuovo nella storia degli Stati Uniti. Il secondo motivo sta nella natura del Gop, il Grand Old Party fondato da Lincoln e che non sa più quale sia la sua identità: pacifista? guerrafondaia? Affarista? compassionate conservatorism, ovvero politica di destra sociale? E quanto a noi, al di qua dell’Atlantico, radunato intorno al mare che Platone chiamava lo stagno delle rane ovvero il centro delle culture europee intorno al Mediterraneo. Trump odia gli europei come Medvedev, prima di tutto i tedeschi che hanno fatto della loro sconfitta morale nella Seconda guerra mondiale un furbo alibi per non spendere più nulla per la propria difesa, accollandone il costo al contribuente americano.

È recentissima e ha fatto scalpore la decisione del neocancelliere di sinistra Olaf Scholz di spendere di colpo un miliardo di euro per rimettere insieme un esercito degno di questo nome. Decisione, quella di Sholz, immediatamente ripresa dal Giappone che ha deciso di riamarsi secondo le proprie esigenze dichiarando allo stesso tempo di considerare Taiwan sua antica colonia. Il che significa che indipendentemente da ciò che farà l’America, Tokyo è decisa a riprendere la propria leadership orientale contendendola alla Cina. È Trump un “putiniano”? Questa è l’eterna questione da quando il dittatore del Cremlino fece per lui un pubblico endorsement che però era anche una presa in giro: “Se fossi americano – disse Putin – voterei Trump perché sembra il tipico cowboy dei film western”. Ma poi ci fu la lunga storia dei trucchi realizzati da hacker russi sui social per favorire il tycoon, che però – alla fine dell’inchiesta – risultarono insignificanti. Sicché, alla fine, la questione è ancora irrisolta: se Trump sia putiniano o no. Inoltre, colpisce il fatto che sia ancora attuale la questione politica della vera natura di Donald Trump, il quale condivide con Putin l’opinione secondo cui l’Europa è un rifugio di parassiti decadenti, smidollati e presuntuosi.

Le opinioni di Trump coincidono con quelle di Dmitri Medvedev che dichiara pubblicamente di odiare gli europei e di augurarsi di farli sparire dalla faccia della terra. Trump, nel frattempo, è diventato un sosia di un personaggio di Brecht: Mackie Messer, ovvero MacHeat, più conosciuto come Make the Knife, i cui delitti provavano che fosse “back in town”, di nuovo in città, come Donald Trump che fa saettare le sue visioni isolazioniste alla vigilia delle elezioni di mezzo termine. Cosa che non sorprende i pochi che hanno capito il significato politico dell’espressione “America First” per cui Trump è stato dileggiato e che è questo: “Noi americani siamo stufi di fare le balie dell’Europa, riempire i suoi cimiteri di nostri soldati ed essere poi presi a calci da oggi vogliamo soltanto dedicarci a fare sul serio la guerra alla Cina. Insomma, in queste settimane il sistema politico-giudiziario americano cerca di eliminare l’ex presidente dalla corsa alla candidatura per il 2024, perché una sua vittoria capovolgerebbe per sempre gli obiettivi dei Democrat.

Tanto questi sono fedeli all’Europa che non intendono lasciar diventare un provincia russa, quanto i nuovi repubblicani sono pronti a semplificare il mondo riducendolo a poche sfere di influenza come quelle russa, cinese, indiana e genericamente sudamericana, in cambio di un totale e non discutibile diritto di vendere prodotti americani. La guerra di Trump è questa e non va sottovalutata perché è molto ampia la fetta di americani che come lui vogliono essere lontani da tutti e da tutto, isolarsi nel continente felice e mandare tutti al diavolo. E per diavolo nella mentalità americana e inglese, si intende proprio la Russia, comunque, si chiami: impero zarista, Unione Sovietica o Federazione putiniana.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.