Tutti quelli – ed erano tanti – che pensavano che Barack Obama, primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti, rappresentasse la vetta delle aspettative dei democratici di tutto il mondo dovranno ricredersi. Alla realizzazione del sogno dell’integrazione e dell’eguaglianza manca ancora qualcosa. O, meglio, qualcuno. Per esempio, una donna nera, magari di origini indiane, alla Casa Bianca. Se Joe Biden dovesse vincere le elezioni presidenziali di novembre, questo nuovo sogno americano diventerebbe realtà. Martedì scorso, il candidato democratico ha fatto la sua scelta. La senatrice Kamala Harris è diventata la prima donna americana nera e asiatica candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti. In caso di vittoria, inoltre, Kamala Harris diventerebbe la prima donna eletta per ricoprire quel ruolo. Prima di lei avevano gareggiato per l’incarico soltanto due altre donne: la democratica Geraldine Ferraro nel 1984 e la repubblicana Sarah Palin nel 2008. La corsa di entrambe fu interrotta però dalla vittoria di due presidenti-icona: rispettivamente, Ronald Reagan per i repubblicani e Barack Obama per i democratici.

Ma questo sarebbe solo l’ultimo dei record conquistati dalla neoindicata running mate di Biden. Come ricordano, infatti, Gregory Krieg e Jasmine Wright della Cnn, Kamala Harris, 55 anni, “ha passato la sua carriera ad abbattere le barriere”. In California, è stata la prima donna, e la prima donna nera, a ricoprire un ruolo apicale nell’amministrazione giudiziaria, prima come procuratore distrettuale di San Francisco e poi come procuratore generale del Golden State affacciato sul Pacifico. È la prima donna di colore della California eletta nel Senato degli Stati Uniti e la seconda d’America, subito dopo Carol Moseley Braun dell’Illinois. Harris è anche la prima persona di origine indiana a far parte del ticket di candidati presidenziali: nessuno ne parla, ma in quello che viene definito da molti come il “secolo asiatico” e in un momento storico di gravi frizioni con la Cina (che vedono coinvolta anche l’India) una persona come Kamala – nome indiano, profonda conoscitrice della potente ex colonia britannica nel sud dell’Asia, dove vive un pezzo della sua famiglia – potrebbe svolgere un ruolo cruciale.

In più, Kamala Harris riunisce diverse caratteristiche che potrebbero intercettare i consensi dell’elettorato democratico, composto da minoranze etniche e ceti intellettuali urbani. Ha trascorso la sua infanzia nella culla americana dell’attivismo di sinistra: Berkeley e Oakland, dove è nata nel 1964. E’ figlia di una donna indiana di stirpe Tamil (ha detto di lei: “mia madre non la presero mai sul serio, la guardavano dall’alto inbasso per il suo accento, per questo io mi presento”) e di un nero di origine giamaicana, entrambi coinvolti nel movimento per i diritti civili. Dopo la separazione dei genitori ha studiato prima a Montreal e poi a Washington. Come donna e come professionista si è affermata negli ambienti del progressismo liberal della West Coast finché è stata eletta al Senato nelle fila dei dem.

Nonostante questa biografia, la sua candidatura in proprio alle primarie presidenziali è durata davvero poco. Harris non è riuscita a sfondare il soffitto di cristallo più duro, quello del voto, e la sua partita presidenziale non è mai neppure cominciata. Un difetto di consenso che potrebbe creare qualche preoccupazione in vista del 3 novembre, quando si chiuderà la partita contro Trump. Inoltre, l’attività della Harris come procuratore è oggetto di critiche incrociate. Poco dopo essere entrata in carica a San Francisco, Harris ha annunciato che non avrebbe chiesto la pena di morte contro un sospetto accusato di aver ucciso un agente di polizia. Questa posizione liberal le ha inimicato i rappresentanti della polizia locale. Viceversa, nel 2015, diventata nel frattempo procuratore generale della California, scelse di non appoggiare le richieste di indagine sulla polizia per le sparatorie mortali in cui erano coinvolti degli afroamericani.

Nonostante tutto, però, il profilo della Harris resta il migliore possibile. Prima di tutto perché ha sempre incarnato il ruolo di feroce avversario del presidente Donald Trump, facendo a pezzi i suoi candidati al Congresso con la spietatezza tipica del procuratore. E poi perché resta una donna nera carismatica che può parlare in prima persona delle ingiustizie razziali che oggi sconvolgono la coscienza americana. Ma c’è di più. Come spiega Maeve Reston della Cnn, “per Biden, che ha svolto un ruolo centrale al fianco di Barack Obama e ora si presenta agli elettori come una figura di transizione, scegliere Harris è anche un modo per plasmare il futuro del Partito Democratico. Selezionando una donna nera – il cui background come figlia di immigrati giamaicani e indiani incarna la nuova storia americana – Biden riformula la struttura del potere democratico per gli anni a venire”.

La storia delle elezioni presidenziali è fatta di vicepresidenti che si candidano poi a fare il presidente: come George Bush senior dopo Reagan. Non sempre ci riescono, ovviamente: Al Gore, per esempio, non riuscì a raccogliere l’eredità di Bill Clinton. Ma quel ruolo resta un investimento di lungo periodo. L’idea di una donna presidente è stato un sogno per molte donne ai tempi della candidatura di Hillary Clinton. Biden conosce bene la delusione che le donne democratiche provano ancora oggi a quasi quattro anni di distanza. In più, nelle primarie recenti le donne non sono mai state dei rivali significativi e il duello finale ha visto Biden contro Sanders. Tutto ciò in un momento in cui il machismo volgare di Donald Trump e la campagna del #metoo hanno riacceso l’attivismo femminile nel Paese. Con Kamala Harris, le donne democratiche e le donne di colore, che sono poi il motore del partito, si vedranno rappresentate sulla scena nazionale. Così Biden si affida alla Harris per guadagnare la fiducia delle donne afroamericane che sono il nucleo del Partito Democratico, e – perché no? – dei giovani neri: categorie di elettori che nel 2016 restarono freddi verso la Clinton e disertarono le urne.

Non si può sottovalutare poi il problema della carta anagrafica del candidato. Con Harris, Biden non spera soltanto di attrarre più voti dai giovani. In caso di vittoria a novembre, avrà bisogno di una vicepresidente energica, pronta a sostituirlo in numerose occasioni. Inoltre, sa che non potrà fare un secondo mandato. Quando lui lascerà, però, la Harris avrà dalla sua quattro anni di esperienza di governo e potrebbe diventare un’ottima candidata a raccoglierne l’eredità. Si potrebbe sorridere di questo rapporto quasi filiale. Ma proprio qui val la pena ricordare un aspetto importante, benché poco noto, del rapporto tra i due. Beau, il figlio di Biden che fu procuratore generale del Delaware – e che morì nel 2015 all’età di 46 anni per un cancro al cervello – era un amico intimo di Kamala Harris. “Ai tempi in cui Kamala era procuratore generale, lavorava a stretto contatto con Beau”, ha scritto Biden in uno dei due tweet che annunciavano la scelta. “Li ho guardati mentre sfidavano le grandi banche, aiutavano i lavoratori e proteggevano donne e bambini dagli abusi. Ero orgoglioso allora, e sono orgoglioso adesso di averla come mia partner in questa campagna”.