«Vista dall’esterno, quella dei cosiddetti “furbetti del bonus” e le roventi polemiche scatenatesi, assomiglia molto a una operazione di distrazione di massa, messa in piedi per evitare di discutere e assumersi le necessarie responsabilità, rispetto alle preoccupanti e per molti versi drammatiche ricadute sociali, economiche, di vita provocate dall’emergenza Covid-19». A sostenerlo, in questa intervista concessa a Il Riformista, è Bill Emmott, giornalista e scrittore britannico, che l’Italia l’ha conosciuta e raccontata molto da vicino. Emmott è stato direttore dell’Economist dal 1993 al 2006 portando il giornale a più che raddoppiare la distribuzione rispetto al periodo precedente. Dal 2013 si occupa di The Wake Up Foundation, un’associazione no profit, fondata insieme alla regista italiana Annalisa Piras, che ha lo scopo di documentare e informare sul declino delle società occidentali.

Vista dal di fuori, ma da chi il nostro Paese lo conosce bene, che immagine da di sé l’Italia, tra emergenza Covid e le polemiche sui “furbetti del bonus” Inps, che riempiono pagine e pagine di giornali?
Francamente queste polemiche agostane mi sembrano una sorta di operazione di distrazione di massa, uno spettacolo strano per chi lo vede da fuori, un diversivo, perché è molto più difficile e impegnativo discutere delle cose importanti e che non corrispondono alle linee tradizionali dei vari partiti. La politica italiana sembra essere fragile, con un governo debole, paralizzato nell’iniziativa e nella capacità di suscitare nuove speranze. Per un osservatore straniero, la cosa che più colpisce dell’Italia ai tempi del Coronavirus, è il fatto che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è diventato più popolare, più forte rispetto a un governo più debole. Nel Regno Unito, accade l’opposto. C’è un governo forte, con una grande maggioranza, ma il nostro primo ministro, Boris Johnson, è sempre meno popolare, è molto criticato, diventa più debole. Forse abbiamo nel Regno Unito un governo forte ma al tempo stesso debole in chi lo guida, mentre in Italia sembra esserci un governo fragile ma che tuttavia sembra avere una sua strana stabilità.

A proposito di personaggi politici sottoposti a critiche sferzanti. Uno di questi è stato Silvio Berlusconi. E lei, come direttore de l’Economist, non è andato giù leggero con il Cav. Oggi è pensabile che in una Italia con un governo come quello da lei descritto, vi sia una sorta di riabilitazione di Berlusconi?
Secondo me non c’è una riabilitazione, ma un nuovo ruolo per il Cavaliere. Per quanto mi riguarda, e per quanto riguarda l’Economist, Silvio Berlusconi è sempre unfit, inadatto ad essere presidente del Consiglio. A mio avviso, Silvio Berlusconi ha una grande responsabilità per aver trascinato per lungo tempo i problemi dell’economia italiana, e anche per la crescita nel centrodestra di una destra, mi riferisco alla Lega e a Fratelli d’Italia, molto più estrema. Berlusconi non ha accettato un successore, non ha accettato di lasciare il campo, e ora all’età di 83 anni, Berlusconi vuole rimanere al centro della scena politica. Questa sua scelta implica responsabilità per i tanti problemi per la politica italiana, ma….

C’è un “ma”?
Ma come leader di un partito, Forza Italia, meno potente nel Paese e in Parlamento, Berlusconi può avere un ruolo da giocare: un ruolo più moderato, “centrista”, più responsabile, in particolare per quanto riguarda i fondi europei. Personalmente non ho alcun problema per questo eventuale nuovo ruolo di Berlusconi, ma non parliamo di riabilitazione.

Da fuori, c’è la percezione che in Italia esista ancora una sinistra?
Non ne sono sicuro. Non sono sicuro che il “cuore” del Partito Democratico batta a sinistra. Per quanto riguarda poi il Movimento 5 Stelle, quanto a visione politica siamo in uno stato di anarchia, di perenne confusione. In questo quadro, esiste l’opportunità per qualcuno di ridefinire una visione, un obiettivo, una identità per la sinistra. Ma al momento faccio fatica a individuarne l’esistenza. A me pare che esista semplicemente la volontà di esercitare il potere e di bloccare Salvini.

Allargando l’orizzonte, tra le sue tante attività, c’è quella legata a The Wake Up Foundation, un’associazione no profit, fondata insieme alla regista italiana Annalisa Piras, che ha lo scopo di documentare e informare sul declino delle società occidentali. Questo declino è irreversibile?
Il rischio esiste, soprattutto oggi che viviamo, con la crisi pandemica tutt’altro che risolta, un momento molto pericoloso. Perché nella società e nella politica c’è la potenzialità di muovere un nuovo populismo fortemente reazionario e autoritario. Non come negli anni Venti e Trenta, la situazione allora era molto differente, ma anche oggi si manifesta la stessa scelta, tra una riforma-ricostruzione della società, e dell’economia, occidentale, e una politica “messianica”, fondamentalista, autoritaria, come è avvenuto in Polonia e in Ungheria, o con in America con Donald Trump. L’affermarsi di questo populismo messianico e autoritario, che mette in discussione diritti umani e sociali che si pensavano in Occidente definitivamente acquisiti, è un pericolo tutt’altro che scongiurato.

Si ripete in ogni dove, non solo in Italia, che dopo il Coronavirus, nulla sarà più come prima. Ma quel “nulla” non rischia di trasformarsi in “peggio”?
Il pericolo più grave, secondo me, è che nulla cambi. Che rimaniamo con gli stessi problemi, con le stesse istituzioni, con gli stessi ostacoli, le stesse fratture sociali. Il Covid-19, per ciò che ha smosso, può rappresentare un’opportunità di cambiamento, ma questo non è inevitabile.

Tornando all’Italia, esiste a suo vedere, una classe dirigente, che non è solo quella politica, all’altezza delle sfide del presente?
Ritengo di sì. Non avrà lo spessore di quella del passato, ma esiste anche oggi una classe dirigente, intesa nel senso più ampio del termine, di responsabilità, di esperienza. Nel vostro Paese vi sono forze vive, capaci, ma che non sono bene organizzate e unificate. E questo riguarda anche e per certi versi, visto il momento che si vive, soprattutto la classe che ha responsabilità di governo, a tutti i livelli. Per fare un esempio: il presidente Conte ha la necessità, dopo il Coronavirus, potendo utilizzare i finanziamenti del Recovery fund, di creare un’alleanza con i presidenti di Regione di tutte le forze politiche. Questo sarà possibile? Non ne sono sicuro. Non sarà una passeggiata dar vita a un’alleanza con il governatore Fontana, con Zaia, con anche De Luca e gli altri. Questo è necessario, ma sarà difficile.

Il riferimento al Recovery fund porta inevitabilmente a riflettere sull’Europa. Vista dal Regno Unito post Brexit, l’Unione europea ha un futuro?
Sì, l’Europa ha un futuro, di questo ne sono assolutamente convinto. Un futuro non facile, perché vi sono 27 Paesi con obiettivi, con interessi diversi. Questo rende più difficile prendere decisioni, soprattutto quando scatta il meccanismo dell’unanimità. Il Regno Unito forse ha fatto un “regalo” lasciando il tavolo europeo, ma ci sono ancora 27 Paesi. E allora, come sempre, dipende molto dalla Germania e dalla Francia. Ma, come testimonia il sofferto confronto degli ultimi mesi in sede europea, è importante trovare una unità d’intenti tra tedeschi, francesi, italiani, olandesi… Sì, l’Europa ha un futuro. Non un futuro “utopistico”, quello del sogno federalista o degli Stati Uniti d’Europa, ma un futuro pragmatico.