Sullo scandalo tartufesco del bonus per le partite Iva è in corso una vera e propria caccia alla volpe. Mute di giornalisti – quelli che si sono “fatti un nome” con la denuncia delle malefatte della Casta, accumulando diritti d’autore grazie a saggi contro le “sanguisughe”, i “vampiri”, saltabeccando da “affittopoli”, ai “vitalizi” e alle “pensioni d’oro” ed erigendosi a fondatori di un’etica che prescinde da ogni principio dello stato di diritto – seguono da giorni ininterrottamente le tracce dei parlamentari, prima, dei membri delle assemblee elettive periferiche, poi, che hanno presentato la domanda per ottenere (con esito positivo) il bonus una tantum da 600 euro riservato, a marzo, alle partite Iva (i “nuovi dannati della terra” secondo la mistica sindacale sul c.d. precariato). Contro i “soliti sospetti”, i partiti annunciano sanzioni, pretendono autocertificazioni, minacciano l’esclusione dalle liste elettorali.

E soprattutto è già predisposta una gogna mediatica al pari di quella attivata in altre circostanze. Certo, non si può sostenere che i nuovi “furbetti” abbiano fatto una figura da encomio. Almeno i “vecchi marpioni” intrallazzavano per avere una casa in affitto a equo canone dagli enti previdenziali o chiedevano di fare, dopo un’onorata carriera nella burocrazia dei partiti, un “giro” in Parlamento per assicurarsi, col vitalizio, una vecchiaia tranquilla. Quelli di oggi, più che appartenere a una Casta, sembrano essere degli assistiti dalla Caritas. Ma “dove sta il beef”, chiedeva un candidato alla presidenza degli Usa? In uno stato di diritto può esistere un divario tra etica e legalità? Certo, il concetto di legalità non ha un valore assoluto: anche una feroce dittatura – come quelle che i popoli hanno subito, nel “secolo breve”– adotta delle norme vincolanti che i cittadini sono tenuti a seguire e i giudici ad applicare.

È una problematica, questa, che viene in evidenza nel film Vincitori e vinti di Stanley Kramer dedicato a una sessione “minore” del Processo di Norimberga. Un insigne magistrato tedesco (interpretato da Burt Lancaster) viene sottoposto a procedimento dal tribunale internazionale e condannato per aver applicato le leggi sul razzismo. Rivolgendosi al presidente americano (Spencer Tracy) gli chiede quando a suo parere un giudice può rifiutarsi di applicare il diritto positivo; la risposta che riceve è la seguente: «Quando si accorge di condannare un innocente». Ma in un regime democratico e in uno stato di diritto esiste un tribunale anche per le leggi. E se un provvedimento legislativo è formulato male non è certo per responsabilità di chi se ne avvale. Per ottenere l’una tantum di 600 euro non erano previste prove di mezzi. I soli limiti preclusivi fissati riguardavano la percezione di trattamenti pensionistici o il possesso di altre posizioni previdenziali, ad eccezione dell’iscrizione alla Gestione separata (Inps).

E tali limiti dovevano essere noti ai parlamentari e agli amministratori locali, per i quali è certamente più impegnativo il principio del “ignorantia legis non excusat”. Infatti, l’articolo 28 (Indennità lavoratori autonomi iscritti alle Gestioni speciali dell’Ago) del decreto cura Italia stabilisce al comma 1 che: «Ai lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’Ago, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie, ad esclusione della Gestione separata… è riconosciuta un’indennità per il mese di marzo pari a 600 euro». Come è trapelato sui media, alcune indagini svolte dalla Direzione centrale antifrode, anticorruzione e trasparenza dell’Inps – organo creato dal direttore Pasquale Tridico per individuare e scoraggiare eventuali truffe ai danni dell’ente di previdenza sociale – nel prendere in esame le domande di bonus pervenute, hanno evidenziato che, a richiedere bonus per autonomi e partite Iva, sono stati anche alcuni parlamentari e circa 2mila amministratori locali come presidenti di regione, consiglieri regionali e comunali e qualche sindaco. “Dalli ai magna/magna”, sono insorte le vestali dell’opinione pubblica! Però – ahimè – il problema esiste: non è di carattere etico ma giuridico; come si conviene in uno stato di diritto.

La Circolare Inps n. 49 del 30 marzo u.s. ha chiarito che le indennità in esame sono altresì incompatibili con le pensioni dirette a carico, anche pro quota, dell’Assicurazione generale obbligatoria (AGO) e delle forme esclusive, sostitutive ed esonerative della stessa, degli enti di previdenza c.d. privatizzati dei liberi professionisti, nonché con la c.d. Ape sociale e con l’assegno ordinario di invalidità. Al dunque, oltre a percepire già un trattamento previdenziale/assistenziale il criterio discriminante stabilisce che i beneficiari “non siano iscritti, al momento della presentazione della domanda, ad altre forme previdenziali obbligatorie, a esclusione della Gestione separata”. E i parlamentari sono iscritti a un regime che è divenuto forzatamente pensionistico, per essere come tutti i cittadini. Verrebbe da chiedersi se in proposito non esista una “culpa in vigilando” da parte dell’Inps.

La questione più seria, tuttavia, non riguarda l’ammontare del reddito dei richiedenti. Il dibattito si è già infilato su questo binario morto. Brutti e cattivi, secondo la gazzetta della gogna, sarebbero solo i parlamentari e i consiglieri regionali a causa delle robuste indennità percepite; mentre i consiglieri comunali si devono accontentare di striminziti gettoni di presenza. Proprio come si intitolava una commedia di Dario Fo: Settimo: ruba un po’ meno. Ma perché impelagarsi in questioni giuridiche (sussisteva o meno il diritto?) quando è molto più conveniente presentare all’opinione pubblica l’evergreen di un biasimo morale?