Ci sono diritti che la gente non sa di avere, ed ancor meno sa quanto siano messi in pericolo. Come penalisti italiani abbiamo proclamato due giorni di astensione dalle udienze (26 e 27 giugno prossimi) in difesa di uno di questi, oggi di fatto praticamente vanificato nelle aule di giustizia del nostro Paese. Parlo del diritto – fondamentale- dell’imputato ad essere giudicato dallo stesso giudice che ha raccolto la prova.

Per spiegare l’importanza della partita in gioco, mi avvalgo di una esemplificazione comprensibile per tutti. Prendete il processo Johnny Depp c. Amber Heard, che l’intero pianeta, piaccia o no, ha seguito con morbosa attenzione. Meglio, così capirete bene di cosa stiamo parlando. Dunque provate ad immaginare questo scenario: dopo decine di udienze nel corso delle quali il Giudice, o meglio la giuria popolare in questo caso, ha ascoltato i protagonisti e decine di testi e di consulenti, scrutando espressioni, sospiri, imbarazzi, contraddizioni, dei protagonisti avvicendatisi sullo scranno dei testimoni, il Giudice (la giuria popolare) cambia. Va via, per qualsivoglia ragione, e viene sostituito da altro giudice (giuria popolare). A pronunciare la sentenza sui fatti ricostruiti nelle lunghe e tumultuose udienze dibattimentali saranno persone diverse da quelle che hanno raccolto la prova per mesi. I nuovi giurati giudicheranno leggendo i verbali di tutte le udienze precedenti, alle quali ovviamente non hanno partecipato. Sono certo stiate tutti trasalendo: come sarebbe possibile un simile scempio?

Nessuna lettura di verbali potrà mai equivalere all’ascolto diretto, personale, fisico dei testimoni e dei protagonisti della vicenda. Insomma, è ovvio che il giudice che emette la sentenza debba essere lo stesso che ha raccolto la prova. Perciò, se cambia il giudice, il processo va ripetuto, non può esserci il minimo dubbio. Ed infatti, il nostro codice di procedura penale prevede esattamente questo: se cambia il giudice, il processo va ripetuto (salvo accordo tra le parti). Ora, dovete sapere che questa norma, espressiva di un diritto delle parti processuali talmente elementare che non dovrebbe essere oggetto della pur minima discussione, è entrata da subito nelle mire della magistratura italiana, che l’ha sempre vista come il fumo agli occhi, perché sarebbe una norma all’origine di inaccettabili rallentamenti del processo. Quindi è iniziata una giurisprudenza “interpretativa” di una norma invece chiarissima, che non lascia alcun margine di interpretazione.

Interpretazione culminata in una sentenza delle sezioni unite della Corte di Cassazione che ha letteralmente riscritto quella norma, fissando il principio inverso. Se cambia il giudice, la regola è che il processo va avanti lo stesso: le parti possono eventualmente chiedere che questo o quel testimone, o un nuovo testimone, debba essere sentito, ma badino bene di motivarlo con chiarezza, altrimenti non se ne fa nulla. Incredibile, vero? Quella sentenza è andata non solo contro la inequivoca testualità della norma, ma anche contro un pronunciamento della stessa Corte Costituzionale, che almeno subordinava la legittimità del cambio del giudice alla esistenza, per esempio, di videoregistrazioni delle udienze, in modo che almeno il nuovo arrivato se le debba guardare. La riforma Cartabia del processo sta cercando di recuperare i principi fissati dalla Consulta (vedremo cosa stabiliranno i decreti delegati).

Il risultato di quella sentenza delle sezioni unite è un autentico disastro. Assistiamo ormai quotidianamente a collegi che cambiano in corso di giudizio, magari dopo decine di udienze e di testimoni escussi dal precedente giudice, e senza che nessuno sia tenuto ad alcuna giustificazione. Perché questo è l’aspetto più odioso: che le esigenze personali (di carriera, familiari, occasionali) del giudice prevalgono sul diritto dell’imputato ad essere giudicato dallo stesso giudice che ha raccolto la prova.
È un fatto di una gravità inaudita, un malcostume inaccettabile, una manifestazione di tracotanza corporativa davvero senza eguali. Perciò scioperiamo, chiedendo alla Ministra di intervenire in modo efficace nei decreti delegati, dove è sì inserita la videoregistrazione come condizione di legittimazione del cambio del giudice, ma al momento senza alcuna garanzia nemmeno che il nuovo giudice se la vada a vedere davvero. Il minimo che debba prevedersi è che ciò accada in una pubblica udienza. Così come occorre prevedere uno specifico intervento normativo che imponga al magistrato che voglia trasferirsi ad altro ufficio o ad altra sede di poterlo fare solo dopo aver esaurito il ruolo delle udienze che ha già iniziato. Quindi, di questo stiamo parlando, cioè – ancora una volta- di diritti fondamentali della persona: ed è una battaglia che vogliamo vincere.

Presidente Unione CamerePenali Italiane