«È tutto nella legge». Così ha detto l’altra sera il giornalista Luca Telese, discutendo con il direttore di questo giornale durante la trasmissione “Non è l’Arena”. Si riferiva alla situazione delle carceri, replicando a Sansonetti il quale, ripetutamente interrotto, tentava di ricordare come le galere siano piene di innocenti e di malati gravi gratuitamente afflitti da una detenzione che prescinde da qualsiasi esigenza di sicurezza.

A questo Telese – e ai tanti che in argomento, per disinformazione o malafede, la raccontano come lui – bisognerebbe far osservare in primo luogo che il sistema delle pene e carcerario non è tutto nella legge: al contrario, è proprio tutto fuorilegge. E non per idea di qualche stralunato amico dei mafiosi che vuol liberali mettendo nel nulla la militanza antimafia dei giudici eroi e oltraggiando i diritti delle vittime (questo è il palinsesto canonico di TeleForca): piuttosto, quel sistema è fuorilegge a lume di Costituzione e per la giurisprudenza europea che fa del nostro Paese un delinquente abituale per come tratta gli indagati e i detenuti.

Reclamare galera a oltranza per i “mafiosi”, pur quando il fatto di mafia è l’incostituzionale concorso esterno e pur quando il mafioso è un relitto devastato dalle metastasi, rappresenta un modo appena più ripulito per dire che devono marcire in galera: una sostanza uguale anche se non la si mette in slogan; una concezione che prende tutti: dall’ex ministro leghista, che almeno la dice chiara e tonda, al senatore Matteo Renzi che tenta di girarci intorno ma poi con fierezza illustra l’esemplarità della morte in carcere di Riina e Provenzano e rivendica il merito di quella macabra inflessibilità. Secondo questa concezione, non si tratta di tenerli in carcere affinché non nuocciano: si tratta di tenerceli affinché vi muoiano; devono rimanerci per giungere alla morte, con la pena che – come la tortura – deve imperativamente proseguire finché un’altra vita finisce di palpitare nel chiuso di quelle tombe provvisorie.

Questo lugubre finalismo vendicativo e sicario non serve alla sicurezza comune e non omaggia i diritti delle vittime: perché la sicurezza comune non è messa a rischio se un condannato muore nel proprio letto, e perché tra i diritti delle vittime, fino a prova contraria, non c’è quello di vedere un detenuto trattato come una cosa, con il carceriere che tiene in vita il recluso come il torturatore sorveglia lo stillicidio per evitare che lo spettacolo si interrompa presto.

Ma esattamente questo suppone l’unanimismo giustizialista quando ringhia che «Se proprio serve può essere curato anche in carcere!»: suppone il dovere del carcere e il dovere della morte in carcere, non il dovere della cura, proprio come l’aguzzino smette per un attimo di frugare nella carne del torturato non per dargli sollievo ma per prolungare la possibilità di torturarlo. E questo schifo non è “tutto nella legge”: è tutto nei fatti, dei quali preferiamo non occuparci perché è più facile raccontare che una società minacciata dalla criminalità è provvidenzialmente protetta dallo Stato che butta le chiavi.