La spesa
Che cos’è il Safe (Security Action for Europe) per cui l’Italia ha chiesto 14,9 miliardi: la sicurezza non va confusa con il riarmo
Cominciamo dai fatti, perché su questo dossier la confusione è la vera arma politica. Il Safe, Security Action for Europe, non è un contributo a fondo perduto né una nuova spesa: è un prestito, fino a 150 miliardi complessivi, che l’Ue eroga agli Stati a condizioni che nessuno Stato otterrebbe da solo, rimborso spalmato fino a 40 anni.
Che cos’è il Safe (Security Action for Europe)
L’Italia ha chiesto 14,9 miliardi già nell’agosto 2025, la Commissione li ha accettati, manca solo la firma. Usare o non usare il Safe non decide se l’Italia si riarma: quella scelta è già presa, sottoscritta al vertice Nato di Ankara con l’impegno al 5% del PIL entro il 2035, e nessuna forza di maggioranza la mette oggi in discussione. Il Safe decide soltanto con quali soldi pagare una spesa già stabilita: prestito europeo a basso tasso, oppure BTP e CCT più costosi. Non è una domanda su armi sì o armi no. È una domanda di tesoreria.
Investire in difesa
Ed è per questo che la posizione di chi frena, in testa la Lega, va chiamata con il suo nome: non prudenza né pacifismo, ma un danno diretto alla spesa pubblica italiana. Finanziare una spesa comunque decisa con lo strumento più caro invece che con quello più conveniente significa far pagare ai contribuenti interessi più alti per lo stesso risultato. È l’esatto contrario di ciò che un partito attento ai conti dovrebbe fare. Ciò che qualunque partito dovrebbe fare. Il sospetto è che la contrarietà al Safe sia soprattutto una clava propagandistica: agitare l’etichetta europea del prestito per lasciar credere a una parte di elettorato che opporsi al Safe equivalga a opporsi al riarmo tout court. Non a caso, i promotori del movimento Europeisti.eu, Piercamillo Falasca e Daniele Nahum, l’hanno detto senza mezzi termini: “Chi frena su Safe sta con Putin”. Accusando la Lega di avere il “compito sistematico” di frenare ogni passo dell’Italia verso la sicurezza europea. Formula che coglie un punto vero specialmente se applicata a chi, come Vannacci, coltiva simpatie apertamente filorusse.
La sicurezza non va confusa con il riarmo
Che la sceneggiata parlamentare fosse più rumore che sostanza lo ha ammesso perfino Ignazio La Russa: “Non vedo un dramma, ma una normale procedura che può darsi non porti all’utilizzo massiccio di questo fondo”. Se la seconda carica dello Stato derubrica il caso a routine, l’ostruzionismo leghista appare ancora più ingiustificato: si litiga su una non-notizia, mentre ogni giorno di ritardo nell’irrobustire la difesa europea resta un vantaggio strategico regalato a Mosca, voluto o no. Il paradosso più stridente, però, è che il dibattito resta prigioniero di un’immagine anacronistica: la difesa come solo carri armati e missili è una cornice fuorviante. Lo ha ricordato bene Maurizio Lupi: “La sicurezza non va confusa con il riarmo. Investire in difesa significa anche proteggersi dagli attacchi cyber, difendere le infrastrutture strategiche, gli ospedali, le banche”. È la cornice giusta: la sicurezza che il Safe finanzia è a 360 gradi, cyber e ibrida. Cioè riguarda la vita quotidiana, ben oltre ogni fronte militare. Chi si oppone non blocca solo un carro armato: blocca anche l’aggiornamento di un sistema di difesa informatica di un ospedale, o la protezione di una centrale elettrica da un sabotaggio digitale. E il presunto pacifismo di certa opposizione (Movimento 5 Stelle e AVS in testa), che restano sul “no a prescindere”, va a braccetto con il voler fermare la sicurezza europea in nome di un pregiudizio identitario contro Bruxelles: non è un gesto di sovranità né un omaggio a Gandhi; è un autogol pagato dai cittadini, sul portafoglio oggi e sulla sicurezza domani.
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