Il processo Consip sta diventando il processo più buffo del mondo. Dico così, per mantenere il buonumore. Dunque c’è un giudice – uno di quelli che chattava con Palamara per questioni relative alla propria carriera – che in realtà più che un giudice è un uomo politico. Ed è stato chiamato lui a giudicare nell’inchiesta Consip, cioè l’inchiesta giudiziaria più politica degli ultimi dieci anni.

E ora si è scoperto che qualche anno fa aveva avuto ottimi motivi di contrasto e di rancore (politico) verso uno dei principali imputati che poi è stato chiamato a giudicare. E questo giudice non solo ha giudicato gli imputati (i futuri imputati) ma ha giudicato anche i Pm, respingendo la loro richiesta di archiviazione e mantenendo in vita il processo più politico e più scombiccherato del decennio. E per essere ancora più chiari, questo giudice è il capo di un movimento politico (diciamo politico-culturale, per essere molto precisi, perché poi questo giudice ha anche la querela facile) e alla testa di questo movimento si è presentato alle elezioni regionali in Sicilia come candidato presidente.

Voi magari pensate che io sia impazzito, vi giuro che non è così. Ora vi spiego bene ma tutto quello che ho scritto è vero. Un candidato presidente alla Regione Sicilia è stato chiamato a giudicare in una inchiesta giudiziaria nella quale sono coinvolti ex parlamentari di vari schieramenti, il padre dell’ex presidente del Consiglio, diversi imprenditori accusati di avere illegittime simpatie politiche, un certo numero di funzionari pubblici e di alti ufficiali dei carabinieri. Io personalmente non so se esistono altri paesi, magari in quello che si chiamava terzo mondo, nei quali un candidato presidente alle regionali può giudicare dei suoi ex colleghi politici. Però non credo che esistano.

Il bello è che questo giudice ha un nome (diciamo un cognome) coi fiocchi: Gaspare Sturzo. E Sturzo è esattamente lo stesso cognome del fondatore della Democrazia Cristiana, grande sacerdote, grande intellettuale, grande politico, perseguitato dai fascisti, che – per la precisione – è il fratello di suo nonno. Chissà che avrebbe detto don Sturzo se avesse saputo che un aspirante presidente della regione finiva a fare il Gip in un processo politico contro i suoi avversari nell’Italia democratica e repubblicana. Forse sarebbe scappato un’altra volta a Londra, come fece nel 1924 inseguito dalle guardie di Mussolini

Bene, la storia è questa. Caso Consip. Cioè il processo per accertare se ci furono reati vari in alcune gare Consip svolte tra il 2015 e il 2016. Appalti da assegnare. Tutto parte da Napoli, Pm – indovinate chi? – Woodcock. L’obiettivo evidentemente è Renzi, che all’epoca era segretario del Pd, ma gli imputati sono molti altri. Il filone principale del processo finisce a Roma, lo prendono in mano Pm di primissimo piano come Palazzi e Ielo, il Gip è Sturzo. Il quale, chissà perché, decide di fare arrestare una persona sola, e cioè Alfredo Romeo, che, come sapete, è l’editore di questo giornale. Romeo in realtà non è affatto un renziano, ma viene considerato renziano, perché ha – alla luce del sole – offerto un finanziamento alla campagna per le primarie di Renzi. Dunque ottimo aggancio per arrivare a Renzi. Lo arresti, magari parla. Ma Romeo non ha niente da dire. Gli viene negata la scarcerazione ma non esce niente.

Romeo è finito in questa buffissima inchiesta (per lui non tanto buffa) perché ha partecipato a varie gare Consip, nel suo settore di attività che è la gestione del patrimonio pubblico. La sua azienda è di gran lunga la numero 1 in Italia in questo campo, e la logica vorrebbe che le gare le vincesse tutte lui. Non è così. Anche perché (ce lo racconta una intercettazione eseguita dagli inquirenti) i dirigenti di Consip (alcuni dei quali però non vengono inquisiti) si dicono tra loro: certo che dovrebbe vincerle Romeo, ma noi non possiamo farlo vincere sennò è una tragedia.

Palazzi e Ielo chiedono l’arresto di Romeo. Solo di Romeo. Diciamo, della vittima. Succede. Sturzo firma. Poi la Cassazione annullerà l’arresto perché non ce ne erano i presupposti, ma intanto Romeo si è fatto sei mesi al fresco, più i domiciliari, e le sue aziende hanno preso mazzate. Succede. I Pm, però, mandano avanti l’inchiesta e si accorgono che è tutta aria fritta. Peraltro si scopre che alcune informative dei carabinieri sono taroccate. Un vero casino. Cosa fanno i Pm? L’unica cosa che si può fare: chiedono l’archiviazione. E Sturzo – penserete voi – accoglie l’archiviazione come si fa sempre in questi casi? Macché: Sturzo respinge la richiesta, chiede nuove indagini e tra i nomi delle persone da inquisire mette il nome di Denis Verdini. I Pm, loro malgrado, pur senza acquisire nuovi elementi, sposano la richiesta di Sturzo e stracciano la loro convinzione precedente. Si saranno detti, come spesso fanno i Pm: “in dubio pro Gip…”. E così il processo riparte e si avvia all’inchiesta preliminare.

Ora però è intervenuta la Procura di Perugia aprendo un fascicolo a carico di Sturzo. Ipotizza il reato di abuso di ufficio. Perché? Sturzo nel 2012 fu proposto da una parte di Forza Italia come candidato del centrodestra alla presidenza della Regione. Verdini si oppose (costringendo il povero Sturzo a candidarsi con la sua lista). Dunque c’erano ragionevoli possibilità di inimicizia tra Sturzo e Verdini, e Sturzo avrebbe dovuto astenersi. Forse anche prima della sua richiesta di ulteriori indagini, perché il nome di Verdini era presente negli atti processuali di Romeo.

Ora Sturzo, forse, finirà lui sotto processo. E si immagina che il Pg della Cassazione, o il ministro, chiederanno al Csm di provvedere al procedimento disciplinare. Ma il processo Consip? Può proseguire nonostante tutto quello che è successo? Non sarà il caso di ricominciare tutto da capo come in questi casi si fa dove vige lo stato di diritto? Si può passare sopra a tutto questo inguacchio solo con l’argomento che comunque è un processo tutto da ridere?
Una cosa è certa. Quando noi diciamo che la politica e i pasticci di potere spesso influiscono sulle inchieste e sulle sentenze, abbiamo ragione da vendere. Tutta la giurisdizione è ferita da questa pratiche. E nessuno è autorizzato a dire: ho piena fiducia nella magistratura. Nessuno.

 

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.