Cosa sta succedendo, nel Movimento? Un patatrac. Giuseppe Conte ha convocato una riunione “plenaria” su Zoom per mettere tutti d’accordo su strategie e nomi da sostenere per il Quirinale, e ha “dimenticato” Di Maio fuori dalla porta. Dimenticato per modo di dire, perché l’assenza – pur eclatante – del ministro degli Esteri è di quelle giustificate, essendo Di Maio a Parigi per il vertice europeo in agenda da un pezzo. Una leggerezza delle segreterie? Neanche per idea. Complice la sua assenza, Conte sta cercando di riprendersi quei pezzi del Movimento che fatica a controllare. Già ieri mattina aveva fatto capire di voler avere la delega in bianco da parte di tutti, a partire dai “colonnelli” della segreteria, convocati ad ore antelucane e poi aggiornati alla serata di ieri, per il raduno oceanico dei parlamentari nella videochat più ampia che questa legislatura possa ospitare.

Al centro del confronto, la necessità di definire una strategia per affrontare la partita del Colle, alla luce del prossimo vertice del centrodestra e della direzione del Pd. Durante la riunione sarebbe stato affrontato anche il tema della solidità dei gruppi pentastellati. «Bisogna capire cosa farà il centrodestra. Se non accantonano l’ipotesi Berlusconi è impossibile ragionare su un percorso condiviso», spiegano fonti pentastellate ribadendo il veto sul leader di Forza Italia. Un veto condiviso, peraltro, anche dal resto del fronte progressista. «Dobbiamo affrontare questo passaggio, esprimendo la nostra forza politica e il nostro coraggio morale. La forza politica ci deriva dalla solidità dei nostri ideali e dalla consapevolezza dei nostri numeri in Parlamento. Il coraggio, invece, dalla capacità di camminare a testa alta e di portare avanti le nostre battaglie anche quando tutti ci ostacolano o ci danno addosso», ha detto tra l’altro in teleconferenza l’ex premier.

Conte sa di giocarsi il tutto per tutto e avrebbe anche imposto un nuovo giro di vite alle interviste dei suoi parlamentari, raccomandando in questi prossimi giorni di tenere il massimo riserbo anche nelle conversazioni, in stile “attento, il nemico ti ascolta”. Il nemico però Conte lo ha soprattutto in casa: sa che se l’ininfluenza dei Cinque Stelle dovesse mostrarsi nella sua platealità, per l’avvocato del popolo non ci sarebbe che il ritorno a casa. Chi gestisce i voti per il Quirinale è Luigi Di Maio, come conferma al Riformista una voce autorevole tra i maggiorenti del Movimento. Ma Conte è pressato dal Pd che con Letta e Franceschini vuole farne un suo fedele scudiero. L’operazione che non è riuscita con Di Maio. Proprio ricalcando le parole rimbalzate dalle stanze del Nazareno, Conte si intesta l’identikit: «Dobbiamo essere compatti per individuare il miglior profilo come Presidente della Repubblica». Esclude che possa trattarsi di Berlusconi, ma si illude se immagina di avere un potere di veto: portando più in là le chiame, il M5S sarà di fatto escluso dai giochi veri. E l’eterna accoppiata Cinque Stelle-Pd rende chiaro come il primo si faccia portatore d’acqua per i nomi suggeriti dal secondo.

La rappresentazione che balza agli occhi del cronista in Campidoglio, dove si succedono i leader che vanno a rendere omaggio alla salma di David Sassoli, è plastica: Goffredo Bettini avanza con Giuseppe Conte che lo affianca e a un certo punto lo prende sottobraccio, supportandone il passo. Ma non è chiaro chi sostenga chi, tra i due. L’ex premier avrebbe arruolato, anche su suggerimento degli alleati Pd e Leu, Alessandro Di Battista. Che infatti rientra nel “ciclo produttivo” del contismo: viene invitato da La7, ad Omnibus, da dove dispensa il nuovo verbo: «Suggerisco ai miei ex colleghi di fare i conti con la realtà, perché oggi “nessuno” ha più consenso all’interno del Movimento Cinque Stelle dell’ex presidente del Consiglio Conte».

Il guerrigliero ha deposto le armi, ritrovato il piglio istituzionale. E invece che dare vita al suo preannunciato partitino, segue la linea del Fatto e omaggia l’ex premier: «Dato che Conte non è stato responsabile delle sua caduta, secondo me è colui che, anche se in maniera signorile non l’ha detto, ma meno di tutti avrebbe voluto il governo Draghi e non per ragioni legate alla propria defenestrazione», ha aggiunto. Di Battista ha quindi invitato i suoi ex colleghi a fare battaglie e ad essere «meno piatti di fronte al marciume che c’è oggi, ma anche a fare i conti con la realtà: oggi nessuno è in grado di prendere più voti di Conte». Un discorso che sembra uscito dalle colonne del quotidiano di Marco Travaglio. I lavori per l’elezione del Presidente della Repubblica non si preannunciano facili, né veloci. Le nuove regole anti Covid dipaneranno il rito su tempi più lunghi del previsto: un solo scrutinio al giorno, con appello nominale di massimo 50 votanti alla volta e non più di 200 presenze in contemporanea in Aula. E il tampone obbligatorio la mattina del giuramento.

 

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.