Stanchi dei vecchi scenari della politica? Nuovi Orizzonti per l’Italia si propone di farne piazza pulita, rielaborando la genuina essenza del Movimento Cinque Stelle. Il progetto di Elisabetta Trenta, che fu Ministra della Difesa nel governo Conte I, è ambizioso: “Rinnovare la politica a partire dalla rifondazione del Movimento”.

È proprio decisa, vuole fondare l’ennesimo partito nuovo? Tra quelli di ex M5S è il numero sei.
Sì, perché vanno distinti i principi dalla loro attuazione, e dalla deriva che certe cose hanno preso. Io voglio fare politica sulle idee, nel Movimento sentivo parlare solo di posti e di poltrone.

I Cinque Stelle di Conte non sono risanabili dall’interno?
No, mi creda. Bisogna uscirne e provare a ricostruire un soggetto politico che si richiami ai principi di base del Movimento senza la stessa deriva.

Lei ha provato a farsi valere all’interno?
Eccome. Ho partecipato agli Stati Generali, fatto le mie proposte, mi ero candidata per il direttorio. Ma arrivò Grillo a dire di no, che lui si fidava di Conte. Alla faccia del processo dal basso. Stanno prendendo in giro loro stessi e i loro elettori. Non si erano strutturati come partito, malgrado esistessero le stesse dinamiche di un partito di tipo tradizionale: con le tessere, incluse le correnti. Era una linea di decisione ristretta, verticistica. Arrivati al governo, sono diventati la negazione di tutto quello che avevano detto. Altro che voce agli attivisti, qui non c’era neanche voce per un ministro come me.

E invece secondo il suo progetto si può essere di rottura, eticamente attenti ma non antisistema?
Sì, si può e si deve. Gli italiani chiedono un’offerta politica nuova, ma se li ascoltiamo vogliono più cautela sulla giustizia e sul fisco di quella esorbitante fascinazione che ha avuto il Movimento per le manette.

Come è stata scelta dai Cinque Stelle?
Avevo partecipato alle parlamentarie, avevo incontrato Di Maio all’università. E gli dissi: se ti serve una mano, ci sono. Lui mi diede una mail , io gli scrissi. Mi fece chiamare dalla Comunicazione che mi chiese un CV per un’intervista. Lo mandai.

E poi? Come è diventata Ministra della Difesa?
Mi telefonò un ragazzo, nei giorni precedenti alle elezioni del 2018. Mi disse: ‘sono l’assistente di Di Maio, mi manda il suo curriculum? Lo mandai, chiedendo per cosa fosse. Mi rispose che serviva ‘per una intervista’. Non capii.

Forse voleva dire che sarebbe seguito un colloquio.
E infatti poi mi chiamarono per dirmi e mi disse che ero stata selezionata per far parte della squadra di governo come Ministra. Senza aggiungere altro. Ho pensato a uno scherzo, ho attaccato. E ho richiamato quell’amico mio che fa spesso gli scherzi, chiedendogli se fosse stato lui.

Ma non era uno scherzo.
Infatti poi mi chiamò Di Maio, al telefono richiamarono e mi diedero un appuntamento con Luigi. Erano giornate concitate. A un certo punto mi chiese se avessi preferito fare la ministra degli gli Esteri o la ministra della Difesa.

E lei disse: Difesa.
Io risposi la Difesa. Era la mia passione a parlare in quel momento.

Ma sì, che sarà mai. Che c’era, nel suo curriculum?
Nel mio cv ci sono anni di lavoro nella cooperazione internazionale nel post-conflicts, ho lavorato in Iraq nove mesi come political advisor. Dal 2005 al 2014 sono stata lì varie volte per il rafforzamento istituzionale. E ho lavorato su progetti in Libia, nel Mediterraneo. Avevo così iniziato a lavorare sul ruolo dell’intelligence. Poi ho fatto un master alla Link Campus in intelligence e sono entrata nella riserva selezionata dell’esercito.

Quasi quasi poteva prendere la Farnesina, a quel punto. Ci misero Moavero Milanesi.
Luigi (Di maio, ndr) mi disse di cercare persone per entrambe le posizioni. Avrei potuto dire gli Esteri, ho detto Difesa. E mi ha messa lì. Poi ho capito che voleva solo una bandierina, mentre io ero un essere pensante, parlavo con la libertà e la competenza che mi sono proprie.

Su cosa ha battuto i pugni sul tavolo?
Sugli F35, gli armamenti, l’Afghanistan, il M5S non era pronto a gestire il Ministero della Difesa. Forse non avrebbero dovuto prendere quel ministero.

E allora neanche i trasporti, le infrastrutture…
E’ difficile fare opposizione e governo insieme. Per me, non c’era modo. Sugli F35 io stavo cercando di fare in modo che una parte del budget a loro dedicato fosse spostato in avanti. Si poteva fare, si sarebbe potuto fare. Si è invece ritenuto più utile far cadere tutto. Consapevoli che abbiamo vincoli Nato e non si possono tradire gli impegni internazionali hanno preferito lasciare ad altri il Ministero della difesa, per non dover avere a che fare con decisioni che in parte andavano contro ciò che si era sempre detto.

Le hanno chiesto di tradire quegli impegni?
Hanno provato a forzarmi a fare scelte che non avrei fatto. Un paese è veramente democratico quando i cittadini capiscono come stanno le cose. E non in maniera ideologizzata.

I missili hanno affondato lei, alla fine.
Mi trovai in una serie di scontri con Di Maio. Dissi che avevamo bisogno di un budget importante per rinnovare il parco missilistico. Mi urlò contro che non avrebbe mai dato quella cifra. Gli provai a spiegare “Guarda, i missili scadono come le scatolette di tonno”. Lo dissi così, con semplicità, per farmi capire.

E poi che successe?
Si raffreddò il rapporto. Quando nel settembre 2019, non fui chiamata al cambio di governo, mi dissi che era il gioco della politica ma non avevo capito ancora che ero stata messa fuori. Lo compresi in occasione della selezione per i facilitatori: mi presentai, ma mi trovai subito esclusa senza capire per quale ragione. E il giorno dopo iniziò sui giornali il depistaggio con la questione della casa, di cui avrei goduto illecitamente. Ho fatto tredici querele su quell’episodio.

Come si definisce?
Una moderata radicale: il dialogo è alla base della politica, il compromesso buono è alla base della politica.

Com’è Giuseppe Conte?
Un abile interprete del potere ha compreso quali sono le linee interne. Guardandolo da vicino, mi sembra un uomo del Pd.

Dice che vorrebbe “una donna” per il Quirinale.
Cose che si dicono. Io dico che vorrei una figura autorevole e rispettata, poco importa se uomo o donna. Certo vorrei che un maggior numero di donne, e diverse dai nomi che sento, magari arrivassero nella lista delle “papabili”…

Potendo scegliere?
Se potessi scegliere, vorrei un Sandro Pertini. Un esempio vero di lotta per la libertà e per la giustizia sociale. Rappresentare il popolo non significa essere populista, ma vicino alla gente.

Come va a finire la partita del Quirinale?
Se Draghi non viene eletto subito, difficilmente sarà eletto dopo. Che questo Paese abbia un solo personaggio proponibile, è la cosa più triste e la miglior fotografia della crisi della politica. Così come non è possibile che senza Draghi il Pnrr cada. Sarà necessario rivedere il valore della politica, perché in Parlamento c’è solo chi alza la mano a comando. Ci siamo trasformati in qualcos’altro?

Lei ha la sensazione che apparati di sicurezza del nostro Paese cerchino uno sbocco politico diverso?
Il fatto che la politica nomini i capi delle forze armate, della magistratura o dei servizi crea un rapporto di scambio che non garantisce la necessaria indipendenza. Sono stata contraria alla norma di modifica della Legge 124 del 2007, votata poi con la fiducia, in cui il capo del Dis e delle agenzie può essere riconfermato più volte, anche di anno in anno, nel limite degli 8 anni. Questo non crea la necessaria indipendenza tra apparati di sicurezza e politica. Crea una commistione, una contiguità. Mentre deve esserci una certa indipendenza.

Gli apparati di sicurezza come guardano alla politica?
Con giusto interesse: la politica è alla base di tutto, tutti devono lavorare per concorrere a mettere in pratica l’indirizzo politico che prevale in democrazia. Vanno trovati i meccanismi per evitare le leggi fatte ad hoc, con quei rapporti mai chiari che ho visto sin troppe volte, in questi anni.

Lei dice di non essere giustizialista ma garantista. Non era in buona compagnia…
Il giustizialismo è stato un argomento usato per colpire l’avversario politico. Ma tra la riforma Cartabia e la riforma Bonafede vorrei trovare una via di mezzo. Sono per una giustizia giusta: non si può agire sul solo numero di anni per il calcolo dell’improcedibilità ma va riformata l’organizzazione del processo.

Ci sono stati eccessi nel giustizialismo dei Cinque Stelle?
Eccessi che io ricordo, ma vorrei sapere quanto rimane nel ricordo collettivo. Di Maio sul caso Uggetti si è perfino scusato. E vado oltre: dopo tanti anni di antiberlusconismo, sono certa che qualche parlamentare dei Cinque Stelle voterà Berlusconi, nel segreto dell’urna.

Perché un elettore dei Cinque Stelle deve dare le spalle a Conte e votare per voi?
Perché vogliamo rappresentare le esigenze vere della gente, con altrettanta dignità degli interessi di ciascuno. Qualsiasi organizzazione è formata da varie parti, bisogna sempre cercare un equilibrio. Vorrei correggere gli squilibri che il Movimento ha accentuato. Senza dimenticare mai gli ultimi. La società di oggi è troppo polarizzata. Dobbiamo lavorare sulle sfumature tra il bianco e il nero. La soluzione sta tra le pieghe, nelle sfumature. Viviamo in un mondo complesso, per questo abbiamo bisogno di soluzioni complesse e non di slogan.

I primi compagni di strada?
Due testimoni di giustizia, Pino Masciari e Ignazio Cutrò, due imprenditori che hanno perso tutto e hanno fatto della lotta alla mafia la lotta per la loro vita. Non sono politici ma sono l’esempio della “verità di vita” che dovrebbe avere un politico. Poi c’è Nicola Cechini, che da Italia dei Valori è venuto con noi, e poi c’è Roberto Catani, avvocato di Ancona. Si occuperà anche di giustizia per Noi, ed è un garantista. Ci sono poi molti militari e persone perbene che ci sono vicine.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.