Giuseppe Conte ha capito che la sua barca scricchiola, e qua e là imbarca acqua. Tanto che scivola, l’ex premier, quando il Corriere.it gli chiede se è subalterno al Pd. «Sono subalterni loro, al Movimento», risponde. Il Campo largo di Letta? «Se lo allarghiamo troppo più che un campo largo diventa un campo di battaglia», ironizza. Due colpi sotto la cintura che spiazzano Enrico Letta. Il segretario dem lascia rispondere qualche parlamentare: «Abbia più rispetto», dice per prima la senatrice Rojc, quella che il Pd aveva offerto come volontaria per il gruppo dei Responsabili che dovevano salvare il Conte Ter: «Mediti meglio le risposte». Tra quelle meditate, spicca quella con la quale il leader grillino apre al dialogo con il centrodestra per il Colle. Serve «un confronto fra gruppi – dice – e per quando ci può essere tra un’area progressista e una di destra. Quando si ragiona di una figura che rappresenta l’unità del Paese serve uno sforzo e uscire da uno steccato, da un’area, e dialogare anche con le forze di destra».

Poi Conte torna alle questioni interne che lo arrovellano: «Stiamo attraversando una fase di nuova costruzione – sillaba – che richiede del tempo, è comprensibile ci sia ancora qualche atteggiamento di incertezza ma nel Movimento c’è grande predisposizione». A cosa, saranno le urne (digitali) a dirlo. Il popolo dei Cinque Stelle vota oggi fino alle 12 sulla piattaforma Skyvote, l’alternativa contiana alla piattaforma Rousseau. Il quesito su cui sono chiamati a pronunciarsi gli iscritti punta a deliberare sulla “destinazione delle restituzioni dei portavoce nazionali” e sull’approvazione della proposta di “accesso al 2×1000 e al finanziamento privato in regime fiscale agevolato”. Una scelta contestata sulla quale Conte, che non è Riccardo Cuor di Leone, non se la sente di puntare troppo. «Vada come vada, non cambia niente», si premura di precisare a urne aperte. Un bell’incentivo alla partecipazione. Se l’altra volta avevano votato quasi quarantamila iscritti per il nuovo statuto e poi per i nomi del nuovo direttivo, per un quesito controverso come questo sarà indicativo il numero dei partecipanti.

Conte – com’è ovvio – sconfessa chi parla di primo referendum sulla sua gestione. Ma lo è, nei fatti. E l’Avvocato del popolo si precipita a presentare le carte nella maniera migliore, la più digeribile per una platea poco incline a finire in un partito tra i partiti. Nella schermata di voto su Skyvote è opportunamente stata spennellata la dizione “Registro nazionale dei partiti politici”, sostituita con il riferimento numerico del decreto legge relativo. Un infingimento di poco conto, se vogliamo, ma utile per indorare la pillola. Conte non si prende responsabilità. Definisce questo quesito «un tema che è emerso con insistenza nel corso degli Stati Generali dello scorso anno e che mi è stato a più riprese e da più parti sollevato». Si tratta, a sentire Conte che fa spallucce, «dell’approdo di un percorso iniziato dalla richiesta di molti attivisti che, faticosamente e quotidianamente, si adoperano sui territori per fare quella politica sana, ma anche spesso dispendiosa, che necessita però di un sostegno economico per poter essere continua ed efficace».

La settimana scorsa, i Gruppi parlamentari di Camera e Senato, nel corso di un’assemblea congiunta, hanno concordato, pressoché unanimemente, di aprire a questa forma di finanziamento. «Per parte mia, ho preso atto di questa richiesta e ho dichiarato subito che la decisione, com’è nella tradizione del Movimento per le scelte più significative, deve essere rimessa alla volontà degli iscritti». «Posso anticiparvi – spiega Conte – che se prevarrà un voto favorevole, mi impegnerò personalmente per garantire che queste somme siano destinate a favorire l’azione politica sui territori e l’elaborazione di nuovi progetti a beneficio delle comunità locali e nazionali», dice. E subito si contraddice: «Penso a tutte le iniziative progettuali che saranno elaborate anche nell’ambito della Scuola di formazione». Una sua iniziativa che non viene esattamente dai territori. Poi la clausola di salvaguardia: «Nel caso in cui prevarrà un voto contrario invece state certi che continueremo a fare quel che abbiamo sempre fatto e lo faremo con l’autofinanziamento e le micro-donazioni».

Sono in tanti a fare una campagna dichiarata per il No. C’è Danilo Toninelli, sulle barricate. E c’è Virginia Raggi, dietro le quinte. Si teme che una parte degli aventi diritto al voto sia finita negli ultimi mesi sotto la sfera di influenza degli anticontiani, perfino controllati ancora dai fuoriusciti. Intervengono deputati e senatori che fino a prima erano considerati fedeli a Conte. Il senatore Primo De Nicola: «Utilizzare risorse e finanziamenti pubblici significa farsi partito come gli altri, quasi rinunciare ad ogni speranza di cambiamento del sistema politico. Quella sul due per mille è una consultazione interna che non doveva essere neanche proposta. Ci sono questioni identitarie nella vita delle forze politiche. E per il M5s il finanziamento pubblico, come la proroga dei due mandati elettivi, certamente lo è». Stessa linea per il senatore Vincenzo Presutto: «Non sono d’accordo con il due per mille. Tenere i fondi pubblici lontani dalla politica. Stiamo molto attenti a fare queste scelte perché allontanano dal Movimento il suo consenso», avverte.
Le insidie non sono solo interne. A ben guardare la legge sull’ammissione al beneficio del due per mille, non si prevede un automatismo derivante dall’eventuale Sì alla consultazione tra gli iscritti.

Il registro dei partiti politici procede a una serie di verifiche sulla congruenza dello statuto sulla base della democrazia interna e della trasparenza. Il due per mille era stato istituito dal governo Letta con il decreto 149/2013, e poi approvato dal Parlamento con la legge 13/2014. All’articolo 3 e 4 fissa i termini di intervento della Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici. Una Commissione che ha il compito di verificare la presenza nello statuto degli elementi di conformità rispetto alla trasparenza e alla scalabilità del soggetto politico. Su questo aspetto lo statuto mediato da Beppe Grillo, con la figura del Fondatore-Garante che può a suo insindacabile giudizio revocare sine die il presidente e tutti gli organi, forse non ottempera ai requisiti.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.