A Palazzo Chigi si sono incrociati, ieri mattina, vecchio e nuovo: Giuseppe Conte è stato ricevuto da Mario Draghi. La regìa di Rocco Casalino lo aveva preparato al meglio. Un lancio in bella vista, in piazza, poco prima dei tg. Dell’incontro non esiste verbale, la comunicazione di Palazzo Chigi solo più avanti, a pomeriggio inoltrato, ha concesso una nota su un generico punto “sull’agenda di governo”. Tale e quale a quelli routinariamente svolti con Letta, Renzi, Salvini e Tajani. Ma per l’ex premier, che uscendo ha dato in pasto ai giornalisti quello che il generale De Gaulle avrebbe chiamato “vaste programme”, è stato un “importantissimo incontro”.

In rapida sequenza, Conte sciorina i temi di cui avrebbe discusso con il Presidente del Consiglio: lavoro e sicurezza sul lavoro, energia e costo delle bollette, lotta al virus, sostegno alle pmi, Ucraina. Quasi ripercorrendo per titoli e sommi capi il discorso di Mattarella, Conte elenca priorità che sono, pirandellianamente, tutte e nessuna: “Sono tantissime le nostre priorità”, dice con un ossimoro prima di farne il lungo elenco. Qualcosa nel copione però va storto. Il punto in stampa in piazza, che secondo la comunicazione 5 Stelle avrebbe dovuto alzare i toni e sottolineare l’identità qua e là critica del Movimento, si rivela un peana. “Sono stato qui a nome del M5s per ribadire la nostra massima compattezza per sostenere e rilanciare l’azione di governo”, la sintesi dell’ex premier. Avrebbe parlato del più e del meno, dunque, solo per confermare il pieno sostegno a Draghi. Bene ma non benissimo: Casalino sperava, almeno nella declamatoria pubblica, in toni più duri, più battaglieri.

Conte s’è un po’ perso: “C’è tanta sofferenza nel Paese”, si limita a dire. Ma il senso della visita – rivelano fonti interne – doveva essere ben altro: anticipare il dopo, rassicurare Draghi da un lato e l’elettorato grillino dall’altro che nell’imminenza dell’uscita di Di Maio, nulla cambierà davvero. E che alla Farnesina, tutto sommato, se c’è andato Gigino può ben starci anche lui, che in fondo le lingue le sa pure. Quando chiediamo al portavoce di Conte se è vero che l’ex premier si sia voluto accreditare come successore di Di Maio alla Farnesina, dopo aver preparato il terreno per l’espulsione, Casalino non conferma e non smentisce. I suoi collaboratori invece si fanno sfuggire qualcosa di più. Conte non avrebbe nascosto l’ambizione a entrare nell’esecutivo, se il rimpasto – è la suggestione salviniana del governo dei leader – potesse portarlo, come leader del primo partito, ad un ruolo istituzionale. Un terremoto per tutti. “Temiamo che la scissione sia dietro l’angolo”, ci dice una figura di staff a Palazzo Madama. “Se ne sta parlando troppo, qui ci vogliono dividere in due gruppi, un tot di noi restano con Conte e un po’ andranno con Di Maio”.

Quanti? “Uno su cinque di noi”, la risposta. Anche Chiara Appendino, in contatto con entrambi, vede nuvole nere che non riesce a scongiurare: “Spero si eviti il peggio, che non si arrivi a momenti traumatici”, dichiara. Eppure nella costellazione a Cinque Stelle non mancano i buchi neri. Ne preannuncia qualcuno al Riformista l’avvocato Lorenzo Borrè, che rappresenta una nutrita pattuglia di pentastellati in rivolta. “Ho presentato a nome di numerosi attivisti un ricorso che impugna le modifiche statutarie che sono state introdotte nell’agosto 2021 e l’elezione di Conte alla carica di Presidente del Movimento, quale candidato unico”. Le motivazioni sono sostanziali. C’è stato il mancato raggiungimento del quorum previsto dal precedente statuto per promulgare le modifiche. Secondo il vecchio statuto, era necessaria la partecipazione della maggioranza degli iscritti, che nel caso non si produsse. “Nella fattispecie – prosegue il legale -, è stata erroneamente applicata una norma che invece esclude circa 80.000 iscritti dalla partecipazione al voto”.

I cavilli in questo caso contano: nell’avviso di convocazione del comitato di garanzia si postulava che a sovrintendere fosse un direttivo che all’epoca della convocazione medesima non era in piedi. In breve: il soggetto non era abilitato a indire la votazione. L’abuso – sul quale il Tribunale di Napoli deve decidere entro venti giorni – sarebbe stato commesso da Crimi, ma farebbe perdere efficacia alla nomina di Giuseppe Conte alla leadership del Movimento. Invalidandola a tutti gli effetti. Fantapolitica? Mica tanto, a giudicare dalla decisione del registro dei partiti politici presso la Camera che ha stabilito di non dare parere favorevole alla richiesta di iscrizione tra i soggetti beneficiari del 2×1000 al M5S proprio in virtù di un vizio di forma, di un vulnus statutario insanabile.

“C’è stato un cortocircuito, non c’è mai stato un atto ufficiale valido che prova che Conte sia a capo del Movimento”, tira le somme Borrè. “Le delibere sono tutte viziate da illegittimità che sulla carta rendono nulla la sua nomina”. E in quel caso, altro che Farnesina: Conte dovrebbe far ritorno nello studio con Di Donna. Dalle stelle alle stalle è un attimo, da quelle parti se non stai attento.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.