È evidente che il dopo-pandemia si presenterà con un contesto economico e sociale profondamente deteriorato. E che nessuno oggi può dire quando si potrà tornare alla normalità. Molti analisti, però, sono convinti che di fronte alle macerie tra le quali si troveranno a dibattersi imprese e lavoratori, si avrà una reazione collettiva non dissimile da quella che nel dopoguerra consentì una ricostruzione miracolosa. Ma da allora molte cose sono cambiate a livello globale – e il virus ne è una drammatica e metaforica testimonianza – ma soprattutto sul piano interno, politico, culturale e per quanto attiene alla classe dirigente.

Ci sarà bisogno di uomini all’altezza della situazione. Capaci di affrontare i tanti problemi, non solo con la stessa disperata volontà (e anche tenace desiderio di tornare a vivere la bellezza della vita nella sua normalità) dei nostri nonni e genitori, ma anche con consapevolezze nuove e più complesse di un tempo. Perché le cose sono cambiate e la multiformità dei problemi, anche nel “piccolo” del nostro Paese, e nel dettaglio della nostra città e della nostra regione, non è diversa da quella che esprime l’intero pianeta. Servirà una sorta di Piano Marshall – questa volta con i soldi dell’Europa invece che degli americani – per finanziare e pianificare la rinascita? Vedremo.

Certo è che il Sud è al bivio radicale: rinasce davvero o sprofonda. Per evitare questa seconda opzione è indispensabile che cambi il linguaggio della politica, quello dell’amministrazione (che qui volutamente non chiamiamo burocrazia, perché l’Amministrazione è parte consapevole e partecipe della vita di uno Stato e non invece la pastoia di quando si trasforma, appunto, in burocrazia) e anche il linguaggio della magistratura. Sono categorie generali, queste, all’interno delle quali, una nuova classe dirigente dovrà dare risposte a popolazioni smarrite, economie disastrate, istituzioni che rischiano di essere ridotte all’impotenza. Bisognerà scegliere di essere governati e guidati da sindaci e governatori, competenti e di qualità.

Gente che fa e non twitta, che affida progetti di gestione di aree di competenza e pretende risultati a consuntivo, e non assessorati per bilanciare voti in un parlamentino, quale che sia il livello di rappresentanza. E soprattutto serve gente che abbia la voglia e la capacità di assumere decisioni e di applicarle in tempi rapidi. Perché oggi “tutti sperimentiamo la difficoltà, l’impossibilità – come scrive Alfonso Ruffo sul denaro.it – di far funzionare con efficienza efficacia e tempestività il nostro sistema democratico. L’inghippo, il rinvio, i distinguo, il palleggio delle responsabilità, il disimpegno sono diventati i tratti dominanti di scelte che non diventano mai definitive, che una volta prese si possono revocare e una volta revocate si possono cambiare, pasticciare, annullare. In una girandola di posizioni in cui spesso ci si perde”.

E poi il nodo-magistratura. La quale, forte di leggi approvate sull’onda di emozioni ideologiche e demagogiche, è spesso un deterrente per qualsiasi iniziativa di impresa e di dinamica amministrazione, avendo il potere e il puntiglio di inibire e penalizzare, quando non punire, ogni tipo di comportamento che non sia di semplice inerzia. Chi s’impegna, in queste condizioni, quasi sempre è perduto. Ci vuole il coraggio di smontare il meccanismo perverso nel quale siamo sprofondati, rimontarlo daccapo perché funzioni davvero a vantaggio della collettività e rifondare la speranza di ricominciare.