Né è riuscita a uscire dal suo volontario isolamento mediatico. Ha agito con severità quando molti abitanti dei centri potenzialmente infettati dal virus erano già scappati, è corsa ai ripari con importanti misure di stampo militare: isolare zone di una estensione per noi non immaginabile, ordinare alla popolazione di non uscire di casa, bloccare i trasporti, gli scambi e gli approvvigionamenti. Ma il mondo è globalizzato. Ora gli imprenditori italiani, quelli europei e, in forza della globalizzazione, quelli di tutto il mondo sono giustamente preoccupati.

Le informazioni provenienti dalla Cina non soddisfano legittime domande, anche semplici, ma fondamentali: il mio container carico di merce made in China arriverà al porto di destinazione? E il prossimo quando potrò riceverlo? Le produzioni cinesi si fermeranno? Ieri il Global Times, voce ufficiale in lingua inglese di Pechino, ha cominciato ad affrontare l’argomento: «Molte imprese (cinesi, n.d.a.) potrebbero subire perdite o addirittura chiudere (…) Quando i casi infettivi in tutto il Paese saranno notevolmente ridotti, quando le persone avranno meno probabilità d’essere infettate prendendo treni e aerei e quando le persone potranno essere curate se infette, le attività economiche riprenderanno».

Lo Stato dovrà intervenire: «Il governo centrale e i governi locali dovrebbero attuare politiche preferenziali per le aziende che subiscono maggiori perdite. Garantire la vita di queste aziende significa garantire occupazione e stabilità sociale. Implicazioni sia economiche che politiche». Il resto del mondo rimane con il fiato sospeso in attesa di capire cosa realmente è accaduto in Cina e comprendere quali implicazioni (anch’esse reali) il Coronavirus può avere sul sistema economico globale. In un mondo fortemente globalizzato, dove anche i virus sono globalizzati, quando un ingranaggio s’incaglia tutta la macchina rischia di rallentare. Paradossalmente il Coronavirus è un’opportunità per la Cina per dimostrare al mondo intero i suoi sforzi verso la modernità.