Dicono, i Chigi’s watchers, gli osservatori esperti del governo italiano, che “mai s’era visto un concentrato di potere chiuso in una stanza” come quello che ha tributato a Mario Draghi il premio per la “lunga e poliedrica leadership nella finanza e nel pubblico servizio di cui hanno beneficiato l’Italia e tutta Europa”. Il presidente Usa Joe Biden, che ieri sera ha accolto i leader per la cena di gala, ha usato per il premier italiano parole altrettanto importanti: “Quella di Draghi è una voce potente nel promuovere tolleranza e giustizia”.

Il suo intervento, nella notte americana, davanti ai 193 capi di stato riuniti al Palazzo di Vetro per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è stato acclamato nei passaggi chiave: la condanna della Russia, l’elogio per il coraggio e la resistenza ucraina, tutte le crisi generate da questa maledetta guerra, nucleare, gas e materie prima in genere, immigrazioni. Più in generale ha affrontato il tema della fragilità delle democrazie occidentali. Tenersi pronti “a collaborare” ma senza venire meno agli “ideali”, ai “valori fondanti” delle nostre società: fede nella democrazia e “nello Stato di diritto”, rispetto dei diritti umani, impegno per la solidarietà globale. Un patrimonio conquistato a fatica, a suon di guerra e morti, da difendere “senza esitazione” perché è qui che prosperano le autocrazie. E proprio dalla risposta alle autocrazie dipende “il nostro futuro”.

Nella notte americana, poco dopo Draghi, sul palazzo di Vetro è arriva la minaccia di Putin, il richiamo dei 300 mila riservisti, “useremo ogni mezzo per difenderci”, l’allusione alla minaccia nucleare, quasi a voler trasformare l’attacco all’Ucraina e in un attacco subìto dal resto dell’Occidente. La replica di Biden ieri pomeriggio dal palazzo di Vetro è stata tesa e preoccupata: “Irresponsabili le minacce nucleari della Russia”. Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha ascoltato. Ridotto ad una statua di sale. Le ultime 48 ore da New York e da Mosca riducono ad una storia marginale le elezioni politiche italiane. Draghi ha bollato come “illegittimi” i referendum indetti da Mosca nelle quattro regioni (Donetsk, Lugansk, Kherson e in parte della provincia di Zhaporizhzhia dal 23 al 27 settembre), ha ribadito “la necessità e l’utilità delle sanzioni commerciali e finanziarie alla Russia”, ha chiesto all’Europa di “essere unita e di fare presto per bloccare il prezzo del gas” perché altrimenti la povertà aumenta e le disuguaglianze anche. Draghi ha fatto il premier italiano e il leader di un’Europa troppo esposta ai venti delle destre che non vuol dire fascismo ma nazionalismi, egoismi, conflitti, ammiccamenti alle autarchie, appunto.

È un momento molto delicato per le democrazie occidentali, le tensioni in Ucraina sono sempre più forti, la situazione nel Sud-Est asiatico complessa, si registra un crescente estremismo in Afghanistan, in Africa e in altri territori del pianeta. L’Italia ha – aveva, è più corretto dire – un leader acclamato dalle democrazie occidentali, premiato come statista dell’anno, che avrebbe saputo assumere anche la leadership europea e avrebbe saputo sbattere i pugni sotto il naso degli indecisi di Bruxelles. Il centrodestra e i 5 Stelle sono stati capaci di buttarlo giù. Per puro tornaconto elettorale. A qualcuno andrà molto bene – Fratelli d’Italia – e altri, i 5 Stelle, potranno vantare la doppia cifra avendo usato il reddito di cittadinanza come arma di consenso elettorale. Il problema è che nel momento – che sarà lungo mesi – in cui avremmo avuto bisogno del leader più autorevole e stimato, l’Italia sarà invece alle prese con la gestazione della nascita di un nuovo governo. Un karakiri peggiore non si poteva immaginare.

Gli Stati Uniti omaggiano Draghi, “starà con noi a lungo”. E Salvini dice: “Nessun ruolo per Draghi”. Conte lo giudica “deludente”. Giorgia Meloni tace pur avendo sempre lavorato per buttarlo giù. Stamani Draghi sarà nuovamente a Palazzo Chigi. La trasferta americana è un incubo che dovremo vivere fino in fondo. Il Presidente del consiglio guiderà fino all’ultimo giorno il Paese. Potrebbe essere i primi di novembre ma anche più in là. In mezzo c’è la crisi del gas. Che non può aspettare. E la sua voce, di premier in uscita, sarà inevitabilmente più debole.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.