La crisi di credibilità della magistratura (dopo, e non solo con, il caso Palamara), la riforma strutturale mancata, il numero elevatissimo di processi, il numero ridottissimo delle forze in campo, le lacune, le sproporzioni, il coraggio delle scelte che in alcuni è mancato, l’impegno di chi nonostante tutto ha provato a fare la propria parte. E poi, i processi prescritti (uno su tre in appello, il 6% in primo grado) e gli effetti della pandemia sull’andamento della giustizia e dei reati.

L’annuale bilancio in previsione dell’anno giudiziario ripropone i temi di sempre, meglio sarebbe dire le criticità di sempre. «A fronte di un risultato positivo del settore civile e lavoro deve rilevarsi ancora una volta la situazione sempre più drammatica in cui versa il settore penale ordinario della Corte che ha subìto maggiormente le difficoltà di celebrazione dei processi determinate dalla pandemia», dichiara il presidente della Corte d’appello Giuseppe De Carolis di Prossedi, illustrando i dati dell’ultimo anno di attività nel distretto di Napoli: 10.170 processi definiti (più del 2020 in ogni caso) ma con una sopravvenienza di 12.255 (la più alta d’Italia) e una pendenza passata da 55.409 a 57.293. «Provate a fare 57mila processi in secondo grado in due anni con 39 giudici – afferma –. Già sappiamo che la gran parte di questi processi diventeranno improcedibili». Il riferimento è ai paletti sui tempi del processo d’appello posti dalla riforma Cartabia. «Con il Pnrr l’Italia si è impegnata con l’Unione europea a ridurre entro il 30 giugno 2026 il cosiddetto disposition time del 25% per il penale e del 40% per il civile, nonché a ridurre l’arretrato civile del 90% rispetto ai valori del 31 dicembre 2019. Il disposition time – spiega – è la misura della durata media dei procedimenti utilizzata in contesto europeo». A Napoli questo parametro è 1.660 nel settore penale, 768 in quello civile.

«Paradossalmente può essere un vantaggio perché si abbatte l’arretrato, ma in realtà non si fa giustizia, si eliminano solo le carte». E a proposito di tempi del processo, la prescrizione riguarda un processo su tre in Appello, il 6% di quelli definiti in primo grado. «Se lavoriamo sulla qualità, se facciamo i maxi processi alla camorra, è difficile fare anche i numeri come si chiede con il disposition time e le prescrizioni sono inevitabili, pur essendo una cosa molto triste – commenta De Carolis – perché così si finisce per avere una giustizia solo formale. Si mettono a posto le carte, a discapito dell’effettività della giustizia». Quanto al nodo risorse, «abbiamo – spiega il presidente – una situazione di totale sproporzione tra le forze in campo». «Abbiamo un alto numero di pm, 107 solo a Napoli e circa 200 in tutto il distretto, e circa 240 giudici penali in organico mentre dovrebbero essere almeno il doppio, altrimenti non si sta dietro al lavoro della Procura che rischia di essere vanificato – sottolinea De Carolis -.

In secondo grado poi abbiamo in pieno organico una cinquantina di giudici, ma essendo in sotto organico si arriva ad appena 39. Per cui tutte le sentenze che fanno i giudici penali del distretto vanno a finire sulle spalle di 39 magistrati divisi in 13 collegi. È come se versassimo ogni anno damigiane in un bicchierino». A ciò si aggiunga la crisi di credibilità della magistratura, una questione morale che dura da molti anni. «Non basta aver mandato via Palamara per ritenere risolti tutti i problemi della categoria – afferma il procuratore generale Luigi Riello -. C’è un cedimento valoriale che riguarda pochi magistrati, ma non pochissimi. Non illudiamoci». E aggiunge: «Il circuito di governo autonomo non si esaurisce nel Csm, al di là del suo funzionamento buono o cattivo, delle sue cadute o non cadute di stile, ma deve coinvolgere i capi degli uffici.

Nel corso del 2021 ho fatto sì che due magistrati del distretto fossero colpiti da provvedimento cautelare di trasferimento d’ufficio. Dobbiamo metterci in gioco in maniera piena: se c’è qualcosa di negativo bisogna scriverlo e assumersi la responsabilità, non possiamo lamentarci di ciò che accade se noi a capo degli uffici per primi non ci assumiamo le nostre responsabilità. Chi non ha il coraggio di scrivere le cose negative su colleghi quando purtroppo con amarezza bisogna farlo, non faccia domanda, si faccia da parte e se ne vada».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).