La strategia della tensione
Dalla parte dello Stato contro i teppisti No-Tav
Caro Direttore,
sono molto sorpreso nel leggere le parole di alcuni miei colleghi in Sala Rossa e degli esponenti Torinesi di AVS, più che sorpreso dispiaciuto perché mi sarei aspettato che questo non fosse il tempo dei distinguo ma di una condanna senza se e senza ma. Eviterò di rispondere nel merito agli attacchi rivolti alle politiche “securitarie” del governo, termine ormai utilizzato come slogan quando non si hanno argomenti credibili da mettere sul tavolo. Ma ripeto: andiamo oltre perché rischieremmo soltanto di sviare l’attenzione dal pericolo vero, che è quello del terrorismo di matrice eversiva, e di una galassia antagonista che ha trasformato la Val di Susa nella palestra della lotta contro lo Stato.
Per queste ragioni provare a legare questi episodi alle politiche, a loro dire, securitarie del governo Meloni è un errore, perché tendono a giustificarne i gesti e tralasciano un elemento temporale non secondario: le violenze dei No-Tav hanno radici ben lontane, sono oltre 30 anni che infiammano la Val di Susa, scontri violenti avvenivano quando al governo c’era il centrosinistra e continuano ad avvenire oggi. Se da un lato il Pd torinese denuncia mancanza di strategie di prevenzione, la sua ex collega in Sala Rossa che oggi siede come capogruppo di AVS in Consiglio Regionale, Alice Ravinale, denuncia atteggiamenti repressivi da parte della Polizia, colpevole di aver intensificato nei giorni precedenti agli scontri i controlli ai valichi montani e agli ingressi in Val di Susa, accusando il governo di voler criminalizzare il dissenso. Su questo consentitemi di dire che “se c’è una cosa in Italia che stupra ed uccide il dissenso quella cosa si chiama violenza”.
Come si fa a non vedere che gruppi di violenti hanno trasformato la nostra città nella capitale dell’eversione? Sia ben inteso che la mia non vuol essere una provocazione, ma semplicemente rammentare a tutti il pesante monito e le parole della Procuratrice Generale Lucia Musti, che fin dal suo insediamento ha voluto, con coraggio, evidenziare come il capoluogo piemontese sia diventato una sorta di capitale dell’eversione; lo ha fatto in continuità con le affermazioni del suo predecessore, Francesco Saluzzo, che descriveva Torino un “inferno tra mafie e No-Tav“. Nonostante la gravità di queste analisi, una parte della politica cittadina sembra aver scelto la via del silenzio o, peggio, della giustificazione verso la galassia dei centri sociali. Un esempio lampante è il controverso “patto di collaborazione” siglato dalla giunta Lo Russo con il centro sociale Askatasuna, il tutto sotto l’egida dei “Beni Comuni”. Un accordo che ha finito per legittimare un movimento che ha fatto della violenza il proprio modus operandi sia in città che in Val di Susa, senza che i protagonisti abbiano mai rinnegato le proprie prassi eversive. Oltre trent’anni di occupazione e centinaia di episodi di violenza e guerriglia urbana che hanno avvelenato il clima della città, e il Comune di contro aveva pensato di regalare l’immobile proprio a chi lo aveva occupato. Per fortuna, l’intervento provvidenziale del governo Meloni ha impedito che il piano si concretizzasse, sgomberando definitivamente lo stabile di Corso Regina, 47.
La distanza tra le istituzioni e chi difende la legalità è emersa nuovamente con forza in Sala Rossa. Durante il voto per le benemerenze ai poliziotti feriti negli scontri di gennaio 2026, si è registrata l’assenza fragorosa di esponenti di AVS e del Movimento 5 Stelle. Un segnale preoccupante, unito a una “finta unanimità” celebrata dal sindaco, mentre parte della sua maggioranza disertava l’Aula; stessa scena qualche giorno fa, quando tutta la maggioranza mostrava cartelli di solidarietà ai feriti (meglio sarebbe stato ai feriti della parte giusta, ossia alle Forze dell’ordine) e il gruppo di AVS rimaneva seduto tra i banchi senza battere ciglio. Questa pericolosa china ha radici profonde e si alimenta da quella che la dottoressa Musti definisce un‘”area grigia della borghesia colta” che giustifica i violenti con benevola tolleranza.
Come centrodestra, ci siamo opposti fermamente a questa gestione, e lo abbiamo fatto con ogni strumento democratico. Recentemente, con l’avvio del processo ad alcuni esponenti di Askatasuna – che risulterebbero a libro paga di un’associazione beneficiaria di contributi comunali – ho presentato una formale interpellanza per fare piena luce sui rapporti tra l’associazione “La Testarda”, il centro sociale e il Comune di Torino. Ecco perché è importantissimo che la politica non sia ambigua e decida da che parte stare: con lo Stato o con chi, come dichiarato dai magistrati Caselli, Saluzzo e Violante, ha nel proprio DNA la violenza e l’obiettivo di distruggere.
L’attacco alla redazione de La Stampa avvenuto il 28 novembre 2025 ha segnato un punto di non ritorno, scuotendo l’opinione pubblica e facendo cadere le protezioni di certi ambienti culturali della città. È arrivato ormai il tempo che anche la politica faccia cadere i suoi veli di ambiguità, e di certo le dichiarazioni di Cerrato, persona che stimo e per questo mi sorprendono, non aiutano a ritrovare compattezza e unione di intenti nel vincere i terrorismi di oggi più che pensare ai fantasmi del passato.
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