Che cosa è successo nel carcere di Modena l’8 marzo di quest’anno? Dei pestaggi su diversi detenuti da parte di poliziotti penitenziari, come raccontato in un recente esposto? Ma facciamo un passo indietro: quello che è certo è che durante le rivolte della scorsa primavera hanno perso la vita tredici detenuti, cinque solo nel carcere di Modena, quattro subito dopo l’arrivo presso altri istituti, uno alla Dozza di Bologna e tre nell’istituto penitenziario di Terni, molto probabilmente vittime di abuso di sostanze stupefacenti trafugate durante la rivolta.

Sui fatti avvenuti sono in corso le attività di indagine di diverse procure e anche il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale si è costituito come parte offesa attraverso la nomina di un proprio difensore e di un consulente medico legale per le analisi degli esiti autoptici. Ricordiamo che le rivolte erano esplose a seguito di una circolare dell’amministrazione penitenziaria che prevedeva il divieto di colloqui tra familiari e detenuti per contenere il rischio di contagio. Circa settanta furono le carceri in tutto il territorio nazionale interessate dalle rivolte.

A ciò si aggiungono, come reso noto dall’Agi, un presunto pestaggio di massa e soccorsi negati ad alcuni reclusi che stavano male per avere ingerito farmaci: lo raccontano in un esposto rivolto alla Procura di Ancona cinque detenuti che quel giorno erano presenti nell’istituto di pena modenese. I sottoscrittori dell’esposto hanno chiesto di essere sentiti dai magistrati per contribuire a «fare chiarezza» su quanto accadde quel maledetto giorno. I detenuti raccontano «di aver assistito ai metodi coercitivi messi in atto da parte degli agenti della polizia penitenziaria di Modena e successivamente di Bologna e Reggio Emilia intervenuti come supporto. Ossia l’aver sparato ripetutamente con le armi in dotazione anche ad altezza uomo. L’aver caricato detenuti in palese stato di alterazione psicofisica dovuta ad un presumibile abuso di farmaci, a colpi di manganellate al volto e al corpo, morti successivamente a causa delle lesioni e dei traumi subiti, ma le cui morti sono state attribuite dai mezzi di informazione all’abuso di metadone».

Aggiungono che anche loro sarebbero stati «picchiati selvaggiamente e ripetutamente dopo esserci consegnati spontaneamente agli agenti, dopo essere stati ammanettati e privati delle scarpe, senza e sottolineiamo senza, aver posto resistenza alcuna. Siamo stati oggetto di minacce, sputi, insulti e manganellate, un vero pestaggio di massa». Il problema è che i cinque a metà della settimana scorsa sono stati trasferiti nuovamente nel carcere di Modena, forse per un interrogatorio come persone informate sui fatti, e temerebbero per la loro incolumità, stando negli stessi luoghi dei loro presunti aguzzini.

Tra loro c’è il trentaduenne B.F. assistito dall’avvocato Domenico Pennacchio che ci dice: «Tutta questa situazione poteva essere evitata. A gennaio 2019 il mio assistito era recluso a Parma. Presentai una richiesta di trasferimento in un carcere campano perché non riceva assistenza dagli educatori. La domanda fu respinta dal Dap senza alcuna motivazione. Dopo venne mandato nel carcere di Modena: sia lui, sia il garante regionale, sia io presentammo nuove richieste di trasferimento in base a quanto previsto dall’ordinamento penitenziario che favorisce il rapporto con i familiari. Il mio assistito non è un mafioso, né rappresenta un pericolo per la sicurezza. Voleva stare semplicemente più vicino alla famiglia, visto che i suoi parenti, vivendo in ristrettezze economiche, non potevano affrontare i viaggi fino a Modena.

Il Dap, sempre senza motivare, ha respinto tutte le richieste e il mio assistito, pur se spettatore passivo delle rivolte, è stato pestato. I familiari ora sono preoccupati per questo trasferimento a Modena e chiedono che quanto prima si faccia luce su quanto accaduto. Non è possibile che il loro ragazzo, che era in custodia dello Stato, sia stato vittima di violenza da parte di alcuni agenti penitenziari».