La pandemia e le restrizioni, le ordinanze delle Regioni e i Dpcm del governo Conte, il pericolo dei contagi e le libertà da tutelare: quello attuale è il tempo delle paure e dei sacrifici, dei diritti compressi e della salute come diritto fondamentale. Cosa ci sta insegnando questo tempo? «Che bisogna investire sui servizi, potenziare la ricerca, puntare sulla tecnologia che davvero può venire in soccorso dei governi», spiega Tommaso Edoardo Frosini, tra i più stimati costituzionalisti, già vicepresidente del Cnr e attuale direttore del Dipartimento di Scienze giuridiche dell’università Suor Orsola Benincasa dove ogni martedì, fino al 27 aprile, si terranno lezioni magistrali su “Diritto e diritti nell’era Coronavirus”.

Le ordinanze regionali e i decreti del Governo, spesso al centro di aspre polemiche, sono per Frosini il frutto della «confusione del sistema italiano», «di un federalismo che non è stato mai davvero tale, per cui le Regioni si muovono in ordine sparso e non c’è molta capacità di coordinamento a livello nazionale». Frosini cita una recente sentenza della Corte Costituzionale, nata da un’impugnativa della Regione Valle d’Aosta, che ha frenato il potere di intervento delle Regioni sul fenomeno globale della pandemia: «I governatori fanno un’ordinanza e pretendono che venga applicata sul territorio, su questo punto la sentenza della Consulta consente allo Stato di sostituirsi, imporre alle Regioni alcune scelte e non lasciarle al loro libero arbitrio». Più che nuove regole giuridiche, la pandemia ha svelato l’esigenza di «maggiori investimenti nella ricerca giuridica», sottolinea Frosini, «maggiori investimenti nella ricerca medica, nel potenziamento delle strutture ospedaliere».

«Purtroppo, anche se ci fosse stata una norma scritta meglio non so quanto avrebbe favorito il miglioramento della situazione – osserva il costituzionalista – In Italia il grande problema evidenziato dall’epidemia ha riguardato la carenza dei posti letto, la carenza dei reparti di terapia intensiva, la carenza dei medici, l’arretratezza della ricerca e l’impossibilità di fare un vaccino che fosse anche italiano. È stato questo il vulnus nel nostro sistema». A voler guardare al futuro, «l’insegnamento da trarre – aggiunge Frosini – è quello di potenziare la ricerca, di evolversi puntando sui servizi e sulla tecnologia perché abbiamo capito che questo è fondamentale, non è sostitutivo ma può essere integrativo».

Resta il fardello di una giustizia lenta e di una macchina amministrativa eccessivamente burocratizzata: «Nei settori della giustizia civile e amministrativa – prosegue l’ex vicepresidente del Cnr – sarei per potenziare gli strumenti alternativi della risoluzione delle controversie, come la mediazione e gli arbitrati, cioè sarei per decisioni che non debbano passare soltanto attraverso la giurisdizione statale, la quale ha i suoi tempi e sono tempi dove viene negata la giustizia». Quanto alla semplificazione normativa, Frosini conclude: «Di semplificazione si parla da trent’anni e non si è mai fatto molto. il problema è atavico e purtroppo fa parte della cultura amministrativa del nostro Paese. Bisogna augurarsi che questa cultura cambi come fatto generazionale, che le procedure di semplificazione si impongano sempre più in luogo di quelle della complicazione e che il percorso verso l’obiettivo finale prosegua fino a rendere sempre più semplificati il procedimento legislativo e tutto ciò che attiene all’attività amministrativa del nostro Paese».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).