Ormai è deciso. Le elezioni amministrative si terranno tra il 15 settembre e il 15 ottobre, dunque non più nella prossima primavera, a causa della recrudescenza della pandemia. La data più probabile, secondo indiscrezioni, è domenica 3 ottobre. La scelta del governo Draghi è stata duramente criticata dal governatore campano Vincenzo De Luca durante il consueto videomessaggio del venerdì. «Vuol dire che i mesi da dedicare soltanto alla scuola vedranno la totale distrazione di Comuni, Province, Regioni e Governo su un tema così importante», ha detto De Luca che a ottobre avrebbe preferito la fine di giugno o l’inizio di luglio. Non c’è che dire, stavolta la tesi del presidente campano è convincente.

Anche perché il rischio è che si riproponga quello scenario di totale confusione che, a settembre dello scorso anno, ha portato prima all’apertura delle scuole e poi alla loro chiusura per consentire la sanificazione dei locali, contribuendo al disorientamento di studenti e famiglie. Se per questi ultimi il “bis” di quanto accaduto nel 2020 sarà problematico, per Napoli rischia di essere addirittura fatale. Già, perché la città è nel pieno di una crisi politico-istituzionale senza precedenti. E di questa crisi De Luca è uno degli attori principali insieme con il sindaco Luigi de Magistris. Anche ieri si è riproposto, infatti, l’indecoroso teatrino al quale i due ci hanno abituato da qualche tempo a questa parte.

Il governatore ha puntato il dito contro i primi cittadini che «incentivavano le aperture serali e non facevano nessun controllo», mentre il sindaco ha sottolineato che «la medicina sul territorio arranca, l’assistenza domiciliare non è decollata, il tracciamento dei contagi non funziona». Insomma, la pandemia continua a dividere anziché a unire le istituzioni più vicine ai napoletani e dai quali i napoletani, soprattutto ora che la Campania si appresta a tornare in zona rossa, si aspetterebbero un atteggiamento di reciproca e leale collaborazione.

A tutto ciò si aggiunge la crisi dei partiti, a cominciare da quel Pd che ambisce a presentarsi come porto sicuro nel comune naufragio verso il quale la città naviga a vele spiegate. Oltre a scontare gli effetti dell’addio di Nicola Zingaretti alla segreteria nazionale, i dem devono fare i conti con un leader napoletano come Marco Sarracino che, all’indomani dell’indicazione di Roberto Fico come probabile candidato sindaco della coalizione di centrosinistra, è stato letteralmente bombardato da Fulvio Bonavitacola, braccio di destro di De Luca. La crisi non riguarda solo il Pd ma tutti i partiti, pressoché incapaci di esprimere candidati credibili e programmi amministrativi convincenti.

Questo evidente e incontrollabile smarrimento della politica e delle istituzioni locali si salda con l’emergenza sanitaria ed economica. Ed è destinato a protrarsi fino all’autunno con conseguenze probabilmente devastanti per Napoli. Eppure c’è una città da ricostruire materialmente dopo lo sfascio prodotto da dieci anni di amministrazione arancione, c’è un modello economico da definire dopo che il Covid ha travolto quello basato sull’ospitalità diffusa, c’è una nuova classe dirigente da allevare e alla quale affidare il destino della terza città d’Italia. Peccato che tutto questo sembri interessare ben poco ai protagonisti della scena politica partenopea.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.