Mai così duro. Mai così puntuto. Certo, è sempre quel Draghi che non si rassegna e disse “a qualunque costo”. Il punto è che allora, per salvare l’euro, la stanza dei bottoni era la sua e nel bene e nel male – nel bene come s’è visto poi – la decisione e l’azione spettavano solo a lui, allora presidente della Bce. Oggi, in qualità di premier italiano, è solo uno dei 27. E molti degli altri 26 non fanno quello che andrebbe fatto. Lo “delude” Bruxelles troppo lenta a decidere mentre “l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha portato a un significativo peggioramento delle prospettive di crescita e a un forte aumento delle aspettative di inflazione”.

Lo “delude”, forse, anche Emmanuel Macron che nonostante l’invito a cena all’Eliseo in un faccia a faccia lungo tre ore (nessuno presente, nessuna indiscrezione), deve aver raffreddato le aspettative di Draghi per via delle legislative di domenica in Francia che rischiano di dare a Messier Le President una maggioranza azzoppata. E deve averlo “deluso” anche Christine Lagarde che nel primo pomeriggio di ieri, dopo 11 anni di blocco, avvia la stagione del rialzo dei tassi di interesse. Si parte con lo 0,25%, quindi una misura “graduale” come auspicava lo stesso Draghi che però avrebbe preferito tra un po’, evitando luglio. L’effetto su spread e borse è stato dirompente. Speriamo riesca a combattere l’inflazione. La casa brucia. L’acqua per spegnere le fiamme c’è, esiste ma tarda ad arrivare. È sembrato un po’ questo il mood di Mario Draghi mentre ieri mattina a Parigi inaugurava la riunione ministeriale dell’Ocse.

Ha aperto l’intervento fotografando la crisi economica come conseguenza della scellerata aggressione russa e mettendo subito dopo in fila i tre obiettivi necessari e urgenti se la Ue vuole uscire fuori da questo doppio vortice – pandemia e guerra – che avrebbe messo in ginocchio anche un elefante. Draghi torna a chiedere il tetto al prezzo del gas, una misura cioè per calmierare i prezzi dell’energia che pesano per il 4% di un’inflazione arrivata al 7 e il cui impazzimento segue per lo più logiche speculative che vanno governate. Il premier italiano chiede lo sblocco dei miliardi di tonnellate di grano ucraino che se non saranno consegnate scateneranno povertà, carestie, rivolte e migrazioni. E uno strumento europeo sul modello del fondo Sure, finanziato da debito condiviso, per sostenere i cittadini e contrastare l’aumento dei costi dell’energia. Poi ci sono i problemi di politica monetaria. “Le banche centrali hanno iniziato a inasprire le politiche monetarie, provocando un aumento dei costi di finanziamento” dice Draghi. Un aumento del costo del danaro era previsto, ma non così presto. Dopo gli annunci di Lagarde, Draghi ha convocato un Consiglio dei ministri per le 18. Un Cdm che era stato smentito all’ora di pranzo. Draghi lo ha presieduto in videoconferenza ed è durato 20 minuti. Nessuno riferimento alle decisioni della Bce (non vengono almeno riportate). Solo una decisione sulla golden power e lo scioglimento di un comune per infiltrazioni mafiose.

Se sia stata una drammatizzazione o meno nella speranza di spingere i 27 alla svolta nel Consiglio Ue del 23 e 24 giugno, va detto che dieci giorni fa, a Bruxelles, in occasione del Consiglio straordinario, il premier si era definito “soddisfatto e accontentato” delle decisioni e degli accordi presi. Ieri il linguaggio e i toni sono stati del tutto diversi. Appena presa la parola, dopo i consueti ringraziamenti, Draghi è andato subito al sodo. Ha ribadito la richiesta di riaprire i porti del Mar Nero per evitare “una catastrofe alimentare” dalle conseguenze incalcolabili. “Dobbiamo sbloccare i milioni di tonnellate di cereali bloccati lì a causa del conflitto” ha detto definendo “un passo significativo” ma purtroppo l’unico lo sforzo di mediazione dell’Onu su questo punto. Alla trattativa manca ancora un pezzo, fondamentale: la garanzia che l’Ucraina, una volta sminate le acque davanti ai suoi porti, non sarà attaccata dal mare.

E’ sull’energia che si concentra di più l’intervento di Draghi: serve un tetto al prezzo del gas, un accordo a livello europeo sul tetto ai prezzi all’import dalla Russia non solo ridurrebbe i flussi finanziari verso Mosca, ma limiterebbe l’aumento dell’inflazione in Europa dove la fiammata dei prezzi “non è del tutto segno di surriscaldamento, ma in gran parte il risultato di una serie di shock dell’offerta” delle materie prime. Un price cap al gas russo contribuirebbe anche a sostenere i salari. “Ma su questo punto – ha dovuto ammettere – la strada è ancora lunga”. E le discussioni tra i leader quasi certamente non si concluderanno al Consiglio europeo del 23 e 24 giugno. Ma il price cap serve ora. anzi, se non ora quando?

Nel frattempo però “bisogna salvaguardare famiglie e imprese dall’aumento dei prezzi del gas” e per questo potrebbe essere utilizzato uno strumento come il fondo Sure contro la disoccupazione, una delle risposte più efficaci messe in campo dalla Ue nei drammatici mesi della pandemia. “Uno strumento simile – ha detto Draghi – questa volta mirato all’energia, potrebbe garantire ai paesi vulnerabili più spazio per aiutare i propri cittadini in un momento di crisi”. L’Europa deve reagire più veloce rispetto a come ha fatto finora. La crisi economica può essere veramente il punto debole dell’unità e della compattezza che la Ue ha saputo mettere in campo nei primi tre mesi di guerra. L’alternativa è che finisca il conflitto e l’inflazione torni a ritmi “normali”. Ma non c’è aria purtroppo di tavoli di pace.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.