I sondaggi e i media si sono concentrati nel corso della campagna elettorale sul voto nelle grandi città e continueranno probabilmente a farlo dopo i risultati. Questo però, anche se comprensibile, non è del tutto giustificato. Infatti, come si sa (lo sanno bene anche i direttori dei giornali e delle televisioni), le elezioni avranno luogo non solo a Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna, ma anche in un totale di 1.349 comuni. Oltre alle 5 grandi città menzionate, 6 di questi hanno più di 100.000 abitanti e 14 sono capoluoghi di provincia.

La vittoria probabile del centrosinistra (quantomeno secondo i sondaggi di Eumetra e degli altri istituti) forse in tutte le grandi città, non può far dimenticare il resto dei risultati ed è solo conoscendoli tutti dopo il voto che si potrà avere un quadro complessivo della situazione: anche se parziale, dato che si vota comunque solo in una parte del paese e che si tratta di consultazioni amministrative, in cui le regole e, specialmente, le logiche delle motivazioni di voto – spesso dirette più alla persona del candidato sindaco che alla preferenza di partito – sono assai diverse da quelle adottate per le elezioni politiche. Lorenzo Da Ponte faceva dire a Don Alfonso in Così fan tutte che non si può vendere l’uccello al mercato prima di averlo preso. E, di conseguenza, sarebbe presto (o forse inopportuno) da parte del centro sinistra per cantar vittoria. Difatti, non vi è nessuna certezza che i risultati di elezioni regionali importanti, ma comunque parziali, diano indicazioni sui possibili esiti delle elezioni politiche che potrebbero aver luogo fra un anno e mezzo, un lasso di tempo che rende ogni previsione impossibile o semplicemente espressione di desideri. D’altra parte, è successo più volte in passato che i risultati di amministrative e politiche successive fossero decisamente contrastanti.

Infine, come si è già sottolineato, le metropoli in quasi tutto l’occidente da Londra e New York a Budapest e Istanbul hanno sindaci progressisti. Anche dove la maggioranza della popolazione ha scelto Trump, Johnson o Orban. Si tratta di un fenomeno globale che merita una attenta riflessione: il pubblico degli elettori del centrosinistra si è in buona misura progressivamente spostato dalle periferie alle grandi città (e ai ceti che sono possessori di titoli di studio più elevati) e quello del centrodestra ha fatto il percorso inverso, in Italia come altrove. Per questi ed altri motivi, è del tutto ragionevole affermare, come peraltro molti commentatori hanno sottolineato, che quali che siano i risultati delle elezioni amministrative, questi non avranno nessun impatto sul Governo e sulla sua stabilità. Di ciò si parlerà magari dopo la scelta del Presidente della Repubblica. Ma il responso delle urne – se confermerà i sondaggi – avrà un effetto – questo sì significativo – sulla vita interna dei partiti.

Il M5S appare in forte calo rispetto alle politiche del 2018 (32%) e alle europee del 2019 (17%) e in molti comuni (anche in centri importanti come Caserta o Benevento e diversi altri) non ha nemmeno presentato liste. Conte afferma che questo non è un test valido, volendo in tal modo proteggersi dai possibili cattivi risultati. Ma è facile rilevare che mentre il M5S ha ancora un qualche peso rilevante nel Sud – a Napoli c’è anche il solo accordo importante fra Pd e M5S per l’elezione del sindaco e a Roma Raggi mantiene (secondo i sondaggi) un numero relativamente importante di voti potenziali – nel Nord, invece, la sua forza è minima ed in certi casi addirittura irrilevante. Il M5S vive una notevole crisi (e una conseguente trasformazione anche nelle sue scelte politiche) ma non è scomparso: dal punto di vista del seguito elettorale, pur mantenendo un numero di consensi relativamente significativo, si è però decisamente meridionalizzato. Ma come reagirà la leadership (e la base) dei 5stelle allo sfavorevole risultato emerso dalle urne e al nuovo assetto del suo elettorato? Manterrà le scelte emerse negli ultimi mesi, con la partecipazione al Governo?

D’altra parte, il suo principale alleato, il Pd (il cui segretario, Letta, uscirà probabilmente molto rafforzato nella sua posizione), dovrà rendersi conto che, se il M5S resta un partner necessario nel Sud del paese, a Nord (come anche nel collegio toscano ove lo stesso segretario si presenta) sono gli elettori di centro che servono per provare a non perdere a livello nazionale. Con la legge elettorale vigente nei collegi uninominali, Letta deve essere in grado di trovare alleanze a geometria variabile, come ha già fatto in alcuni contesti in queste amministrative. E i risultati di Calenda a Roma devono necessariamente spingere il PD a queste diverse partnership, che però non possono essere le stesse dappertutto. È grazie a questa flessibilità delle alleanze che, sia pure con tutt’altri equilibri e protagonisti, Berlusconi riuscì a vincere nel 1994 e dopo.

I risultati delle amministrative conteranno però molto anche per le forze politiche del centrodestra e per la loro traballante alleanza, in certi casi (e da alcuni) accettata obtorto collo (a Isernia, ad esempio, Lega e FI presentano un candidato e FdI un altro). Anche qui appariranno con tutta verosimiglianza le differenze fra il Nord, dove è difficile (ma non impossibile) che FdI sorpassi, per esempio, a Milano la Lega, come è difficile che la Lega sia più forte del partito di Giorgia Meloni al Sud di Firenze. Se questo sarà il caso, (e se il candidato personalmente sponsorizzato da Salvini a Milano sarà, come i sondaggi disponibili sin qui continuano a suggerire, sonoramente sconfitto) significa una ulteriore battuta d’arresto per il segretario del Carroccio e in particolare per il suo progetto della Lega nazionale. Il che non potrà certo non mettere in questione (come è già successo in questi giorni in occasione della disputa sul green pass) non tanto il suo ruolo, quanto piuttosto la linea da lui impressa al partito, rafforzando ulteriormente l’ala anti-populista o filo-bavarese, se si preferisce della Lega del Nord-Est.

Vedremo tra pochi giorni i risultati veri, emersi dalle urne. Ma a tutt’oggi, se le previsioni avanzate dai sondaggi (che, come abbiamo più volte sottolineato, è bene considerare con cautela, se non altro per l’alto numero di indecisi rilevato sin qui), si può ipotizzare che l’esito di queste amministrative (come di molte altre nel passato che, come si ricorderà, in qualche caso portarono anche alle dimissioni di qualche segretario di partito se non dell’intero Governo) avrà probabilmente un effetto significativo non tanto sulla tenuta dell’esecutivo, quanto, in misura considerevole, nell’assetto (e nelle dinamiche interne) delle forze politiche che sono oggi protagoniste dello scenario politico.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino